Counseling e Assocounseling fuori dall’Elenco delle Associazioni (Legge n° 4 del 14 gennaio 2013)
Counseling e Assocounseling fuori dall’Elenco delle Associazioni (Legge n° 4 del 14 gennaio 2013)

Counseling e Assocounseling fuori dall’Elenco delle Associazioni (Legge n° 4 del 14 gennaio 2013)

Il 17 novembre 2015 una sentenza del TAR del Lazio ha escluso dall’Elenco delle associazioni previste dalla legge n° 4 del 14 gennaio 2013 (sulle professioni non organizzate in Albi) una nota e dinamica associazione di categoria, Assocounseling, da molti anni straordinariamente attiva sul piano politico legislativo allo scopo di far riconoscere in qualche modo una professione che si conferma essere nient’altro che il camuffamento della professione di psicologo.

Counseling e assocounseling

Il manuale introduttivo del percorso dell’Università popolare di Torino

La ratio della sentenza è esattamente la stessa sostenuta dalla nostra Università popolare: benché Scuole e associazioni di counseling tradizionale cerchino di aggirare le disposizioni di legge in materia di competenza professionale, la loro attività è evidentemente sovrapponibile a quella dello psicologo, ma priva delle relative conoscenze e competenze. Nonostante esse  proclamino un ambito di competenza del counselor relativo alla salute e al benessere, i loro programmi non prevedono e neppure concepiscono la conoscenza professionale delle materie e delle discipline che effettivamente si occupano della salute e del benessere del corpo e della mente, ma restano impostate secondo una visione allopatica e psicoterapeutica tradizionale di gestione del disagio psichico.

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=CF5JRJTNZVOVLTDUWBKGZ36XL4&q=assocounselingTesto

È una notizia importante per tutti coloro che ritengono che la professione di counselor non debba essere soltanto una scorciatoia per psicologi mancati e men che meno uno strumento di puro business che sfrutta l’ignoranza e l’ingenuità degli aspiranti counselor.

Naturalmente, tutti coloro che in questi anni hanno ritenuto di poter conseguire un titolo ed esercitare una professione straordinariamente simile a quella di psicologo, ma senza le relative responsabilità, conoscenze, competenze e abilitazioni,  avranno un buon motivo per continuare a credere che il loro sogno si realizzi. E il buon motivo non è nient’altro che la difesa della propria dissonanza cognitiva: troppe migliaia di euro spese per seguire corsi triennali (il triennio è la durata di un percorso universitario di base, e illudersi di svolgerlo in ambito privato, semplicemente assistendo a qualche conferenza nei weekend e leggendo qualche testo di psicologia e psicoterapia,  è facile), troppi disagi per trasferte, pernottamenti, e centinaia di ore spese ad assistere a conferenze che vertono sul disagio psichico, sulla psicopatologia, sugli stessi argomenti che affrontano psicologi e psicoterapeuti nel loro percorso, costituiscono tutti un buon motivo per non perdere la faccia dichiarando di aver buttato via troppi soldi, troppo tempo e, specialmente, troppe aspettative.

Manca, nei programmi delle scuole di counseling tradizionale e nei proclami delle relative associazioni, il riferimento a un metodo e a un impianto teorico autonomo; manca la conoscenza più elementare dei meccanismi che regolano la salute e il benessere  (non il disagio psichico), manca la conoscenza dei principi e del metodo scientifico, della metodologia della ricerca, strumenti che, insieme a materie come statistica, analisi dei dati, e la conoscenza della lingua inglese, sono indispensabili e vengono richiesti a livello universitario a chi intende svolgere una professione nell’ambito della relazione d’aiuto.

La sentenza del Tar del Lazio del 17 novembre 2015 riporta ordine e chiarezza nell’ambito della relazione d’aiuto, escludendo tale associazione dall’Elenco delle associazioni previste dalla legge ( la quale sia chiaro, non riconosce alcuna figura professionale e tantomeno ne regolamenta l’attività). Si tratta, a nostro parere, del riconoscimento del fatto che l’attività insegnata dalle scuole di Counseling tradizionali si inserisce all’interno del tentativo di costruire una nuova figura professionale di cui non esiste assolutamente l’esigenza se non per soddisfare interessi commerciali, dal momento che esiste già la professione di psicologo e di psicoterapeuta.(Si veda in proposito la posizione della società Italiana di scienze del Benessere: http://www.sisb.it/elenco-scuole-counseling-escluse-dalla-legge-n4-del-2013/).

Se mai, il problema di chi abbia a cuore la salute e il benessere dei cittadini, è piuttosto quello di definire con maggiore precisione l’ambito di competenza di queste categorie, proprio per evitare che organizzazioni, federazioni, associazioni di categoria, scuole, approfittino delle larghe maglie della legge per inventare una nuova professione semplicemente sfruttando l’interesse diffuso per la psicologia e la cura dei relativi disturbi.

Il problema fondamentale che ruota intorno al Counseling, infatti, resta quello che da vent’anni sottolineiamo: o il Counseling si definisce come professione autonoma rispetto a quella degli psicologi sotto tutti i profili (teorici, metodologici, di approccio e di scopi) oppure resterà sempre una disciplina che rientra all’interno delle ampie competenze della professione di psicologo e di psicoterapeuta. Per farlo, tuttavia, non basta (ed è anzi ridicolo è controproducente) impostare i percorsi formativi sulla falsariga di quelli della facoltà di psicologia (magari con qualche deviazione New Age), insegnare soltanto le parti più facili, suggestive e affascinanti della psicologia (lo studio della statistica, dell’analisi dei dati, e della metodologia della ricerca scientifica non compare nei piani di studio delle scuole di Counseling tradizionale).  Non basta, e non ha senso, fondare l’impianto teorico del Counseling su riferimenti sparsi a qualche filosofo, a qualche medico o qualche psicologo dello scorso secolo senza definire tale impianto teorico come autonomo e corredato di un metodo autonomo.

I nostri manuali e le decine di pubblicazioni, compreso un codice deontologico della professione di counselor, definiscono invece in maniera operativa nelle nostre scuole una competenza del counselor (quello ad indirizzo psicobiologico), che si pone sul versante opposto rispetto a quello della cura di patologie e disturbi di qualsiasi tipo.

Assocounseling, come al solito, si erge a paladino della competenza esclusiva della psicologia in tema di disturbi psichici, negando qualsiasi coinvolgimento o interesse per la relativa cura. Tuttavia, gli stessi magistrati si sono trovati di fronte a una definizione data da tale associazione relativamente alle  competenze dei suoi associati talmente generica da poter essere applicata, praticamente, a quasi tutte le professioni esistenti al mondo.

È evidente che chi voglia inventare una nuova professione dovrà stare molto attento a non definirne le competenze in maniera sovrapponibile a quella di altre professioni già regolamentate. E questo è quello che hanno sempre cercato di fare le scuole e le associazioni di Counseling. Purtroppo per loro, senza riuscirci minimamente. Finché si tratta di negare il proprio coinvolgimento in attività professionali che appartengono alla competenza di categorie professionali già esistenti, tutti sono sufficientemente accorti e capaci di escludere la propria volontà di invadere l’ambito di competenza altrui. Quando però si chiede, come in questo caso e come noi chiediamo a queste associazioni, di dichiarare in positivo, con chiarezza e in concreto di cosa mai si dovrebbe occupare il counselor tradizionale, si entra nel mondo di dichiarazioni di principio, di definizioni di fantasia, di proclami e enunciazioni vaghe, astratte e, francamente spesso illusorie e ingannevoli.

Perché il nodo centrale resta sempre lo stesso: se non si occupa di disturbi, di malessere e di problemi psichici (che restano di competenza psicologica) di che cosa mai si occuperanno questi counselor tradizionali? Proclamare la propria attenzione verso la cura della salute del benessere è facile, ma nel caso di queste organizzazioni al proclama non è mai seguito un comportamento coerente nell’ esposizione di quali siano i contenuti, il metodo, le tecniche, gli scopi di questa professione.  Promuovere la salute e il benessere delle persone non significa prendersi cura empiricamente dei loro problemi e disturbi di natura psicologica e comportamentale, ma di fornire una consulenza competente e scientificamente supportata in ordine a tutti gli aspetti che permettono il miglioramento della qualità della vita.

Dal canto nostro, centinaia di manuali e di pubblicazioni parlano da sole: il Counseling ad indirizzo psicobiologico ci sembra essere l’unica forma di Counseling che operi effettivamente ed esclusivamente sul versante della salute e del benessere promuovendolo in maniera attiva e concreta. La consulenza non si rivolge al problema del cliente ma alla persona nella sua totalità, aiutandola a ricostruire e dare un senso in positivo alla propria vita nei suoi vari aspetti, tutti attinenti la promozione della salute e del benessere, a partire dalla cura del corpo, alla gestione dell’attività fisica, dell’alimentazione sana e corretta, dell’attività relazionale, sociale, professionale, in un ottica di sviluppo di uno stile di vita rivolto alla ricerca di benessere, non alla rimozione di un problema.

Non c’è, nel nostro caso, alcun riferimento a problemi, disturbi, malessere e disagio psichico, che restano, nei fatti, oggetto di interesse per i counselor tradizionali. Non c’è neppure, da parte nostra, alcun interesse a ottenere un qualche riconoscimento legislativo, all’inserimento all’interno di meccanismi burocratici, alla sottoposizione di questa nostra disciplina ai rigidi schemi e protocolli ministeriali. Tantomeno c’è l’interesse a promuovere l’esistenza di una figura professionale a scopo di profitto: la nostra è una associazione culturale e di ricerca scientifica senza scopo di lucro, e le nostre scuole sono, oltre che le più economiche in Europa, anche a numero chiuso, e non è nostro interesse incrementare il numero dei nostri soci, ma solo  diffondere una conoscenza autorevole, seria e scientifica, relativa a  una professione rivolta alla cura del benessere.

Guido A. Morina

Presidente UNIPSI

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