Counseling in psicobiologia della salute: la ricerca del piacere.
Counseling in psicobiologia della salute: la ricerca del piacere.

In Occidente, il termine “piacere” evoca più o meno inconsciamente immagini di comportamenti e abitudini peccaminose, libidinose, disdicevoli, se non addirittura vietate. Essendo stato associato da sempre a una sensazione corporea, esso è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte della Chiesa, tendente alla sua mortificazione ed eliminazione, a causa della sua capacità di distogliere l’attenzione dalla cura dello spirito per concentrarla sulla materia deperibile, salvo che esso non potesse ricollegarsi in qualche modo alla contemplazione di Dio, come nel fenomeno dell’estasi o della comunione mistica.

Il concetto di piacere è usato in Psicobiologia del comportamento umano in una accezione più ampia di quella normalmente utilizzata nel linguaggio comune, ma anche di quella in uso in ambito scientifico, nel quale il piacere si riduce all’attivazione di specifici centri neurali a seguito dello stimolo di recettori. In entrambi i casi, infatti, sia la cultura occidentale, sia la ricerca medico-scientifica si sono trovate d’accordo nel riconoscere il piacere come corrispettivo del dolore, e ricollegando entrambi al piano organico, fisico, nettamente separato da quello psichico.

Nella dimensione bipolare che caratterizza il nostro universo, il piacere sembra esistere in funzione dell’esistenza del dolore, e cioè per permetterci di effettuare confronti tra diverse sensazioni, utili per discriminare tra comportamenti premianti o punitivi. Il sesso e l’alimentazione (quest’ultima, specialmente se ricca e variata), sono comportamenti che l’evoluzione tende a premiare per ovvi motivi, mentre la temerarietà e la violenza, per esempio, sembrano portare spesso nella direzione opposta del dolore.

Il piacere, apparentemente, sembra ricollegarsi allo svolgimento di attività abitudinarie, che confermano, con la loro ripetizione, quotidiana o comunque frequente, la loro innocuità, più che la loro utilità. In altri termini, il bisogno di soddisfare la fame, la sete e il sonno, per esempio, è avvertito come una esperienza simile a un disagio, più che al dolore, mentre il loro soddisfacimento, invece, viene premiato con una sensazione di appagamento che può essere definita di piacere. Il dolore, invece, sempre apparentemente, sembra ricollegarsi a situazioni in cui tale ripetitività e adesione a schemi collaudati vengano messe in forse, quasi come se esso avesse la funzione di mantenerci all’erta circa le scelte adattive. E poiché la vita è un continuo processo di scelta, il dolore doveva avere una controparte che ci consentisse di discriminare tra attività necessarie alla sopravvivenza (premiate col piacere, in modo da essere confermate) le quali potevano considerarsi “collaudate”, e attività di esplorazione dell’ambiente o di ricerca di nuovi stimoli, sanzionate con il dolore tutte le volte che non conducessero verso abitudini sicure e innocue. Per questo motivo sosteniamo che il dolore è il vero motore dell’agire umano, perché è nella fuga da esso, nel suo evitamento e nel tentativo di attenuarlo o dominarlo, che si dispiega il percorso di progresso e di evoluzione dell’uomo. Mano a mano che un certo comportamento viene acquisito nel patrimonio di conoscenze dell’umanità all’interno della categoria di quelli utili ai fini della sopravvivenza e della qualità della vita, esso viene premiato con una qualche forma di piacere. Ma per arrivare a questo progresso di conoscenza (e di miglioramento della qualità della vita), bisogna passare attraverso la ricerca delle caratteristiche dei nuovi stimoli che ci troviamo ad affrontare: ecco che, allora, l’evoluzione ci informa circa la correttezza (in senso adattivo) delle nostre scelte, tramite lo strumento del dolore. La strategia sembra corretta anche dal punto di vista della logica umana (ed è normale che sia così, dal momento che è anche grazie ad essa che abbiamo potuto evolvere), perché, essendo l’evoluzione legata all’adattamento alle mutevoli condizioni dell’ambiente in cui viviamo, sarebbe stato fallimentare adottare la strategia di procurare un dolore tutte le volte che il nostro organismo avesse avvertito le prime avvisaglie di un bisogno da soddisfare. Si pensi, infatti, a come sarebbe la nostra vita se, per avvisarci di mangiare, di bere e di dormire, il nostro organismo avesse adottato la strategia di procurarci uno stimolo dolorifico: lo stress quotidiano legato alla necessità del soddisfacimento dei bisogni primari sarebbe stato controproducente e alla lunga dannoso.

Naturalmente, esistono bisogni fisiologici talmente “basici” e di frequentissimo e regolare soddisfacimento, come la respirazione, da essere sempre rimasti a livello di meccanismi automatici, slegati dalla necessità di associarli a una qualche sensazione piacevole. Tant’è vero che, in una sorta di graduatoria tra bisogni fisiologici e primari, a partire da quello più piacevole, osserviamo una stretta correlazione tra piacevolezza del soddisfacimento, consapevolezza e possibilità di scelta circa il momento di soddisfare il bisogno stesso: per esempio,  alimentarsi è una attività che produce una sensazione di piacere, ma richiede il procacciamento della materia prima: il cibo. Al tempo stesso, si tratta di un bisogno che può essere controllato e rinviato, entro certi limiti. Inoltre, esso richiede consapevolezza, sia nell’esecuzione sia nella fruizione del piacere relativo. A scendere, troviamo il piacere dell’evitamento del freddo o del caldo, dell’evacuazione e della minzione, del sonno. Più questi bisogni sono soddisfabili senza particolari attivazioni o strumenti, meno essi sono premiati col piacere. Come il procacciamento del cibo, anche il bisogno di proteggersi dagli agenti atmosferici e dalle minacce dell’ambiente richiede una attività consapevole rivolta allo scopo, che consiste nella ricerca di un riparo fisico naturale o nella sua costruzione, oppure l’uccisione di un animale per ricavarne la pelliccia, o la capacità di accendere e mantenere acceso il fuoco. Il piacere e l’appagamento che si ricava dal fatto di evitare, in questo modo, quella specifica minaccia alla sopravvivenza, si associa alla necessità di cooperazione e al conforto di condividerlo con altri. Evacuazione, minzione e sonno, invece, non richiedono né l’uso di particolari strumenti o la costruzione e la ricerca di specifici siti, né la partecipazione e la condivisione dell’attività con altri, e sono quindi premiati con un piacere minore, più simile a un semplice appagamento del bisogno (il sollievo di poter liberare la vescica, o di poter finalmente dormire), il quale serve a ricordarci l’importanza di soddisfarli con regolarità. Naturalmente, nessuna evoluzione né progresso nascono dal soddisfacimento di bisogni che si limitano a procurarci questo piacere, breve, non intenso, e, in qualche modo, “obbligatorio”. Il piacere che si ricava da queste attività fisiologiche, in altri termini, proprio perché ripetitivo e sempre molto simile a sé stesso, tende evolutivamente ad essere integrato via via tra le sensazioni neutre, identificabili solo portando l’attenzione sul relativo comportamento, come avviene, per esempio, per la respirazione. Per evitare questa sorta di assuefazione al piacere, il meccanismo evolutivo più efficace si è rivelato quello di rinnovare e rendere sempre appetibile la ricerca del piacere tramite la ricerca di nuovi stimoli, e la loro elaborazione sotto forma di conoscenza. Lo si è realizzato obbligandoci ad attivare tutte le nostre risorse per  soddisfare il bisogno della fame, il quale, a differenza di altri bisogni fisiologici, richiede una attività di acquisizione di informazioni dall’esterno e non si limita, come nel caso del sonno, ad essere soddisfatto semplicemente lasciandosi “sopraffare” da esso. A sua volta, via via che questa attività di esplorazione  e di acquisizione di informazioni si consolidava fino a diventare un’abitudine, perdeva gradatamente la sua caratteristica di produzione di piacere, entrando a far parte della categoria delle risorse acquisite, le quali, non richiedendo nessuna attivazione ai fini della conoscenza delle loro caratteristiche positive o negative, cessano di essere percepite come fonte di piacere. Quest’ultimo, nel corso dell’evoluzione, si produce quindi solo come stimolo e premio a seguito di una attività volta ad acquisire nuova conoscenza dell’ambiente esterno in rapporto a quello interno, cioè in funzione adattiva.

Probabilmente, questo è il motivo principale per cui ancora oggi noi attribuiamo al piacere del cibo una valenza così importante e lo carichiamo di significati culturali evidentemente esagerati e pretestuosi. Il soddisfacimento del bisogno della fame, infatti, richiede una attività molto intensa di esplorazione dell’ambiente e di acquisizione di conoscenze relative agli alimenti e alle loro modalità di procacciamento. Si è trattato, in altre parole, del primo passo evolutivo nella direzione della ricerca di conoscenza, del primo stimolo ad aprirsi verso il mondo esterno, del presupposto per una attività rivolta a un fine che richiedeva una collaborazione tra individui e la nascita di una vita sociale, ma che doveva condurre a un suo superamento in vista del soddisfacimento di un altro tipo di fame: quella, appunto, di conoscenza. Ancora oggi la vita di gran parte dell’umanità, per bisogno o per piacere, ruota intorno al cibo, e solo una minoranza è consapevole del fatto che il bisogno della fame deve essere considerato semplicemente una necessità e non un piacere,  da soddisfare nella maniera più efficiente possibile per darci spazio e tempo per lo svolgimento di attività di livello superiore , e non celebrato come piacere fine a se stesso. Per questo motivo, da parte delle menti più deboli, impossibilitate a fruire di forme di piacere meno rozze e legate invece allo sviluppo della sfera psichica, il cibo e tutto il mondo che lo circonda è visto come un sostituto facile, alla portata di tutti, non impegnativo, della ricerca di conoscenza. Ridotto alla celebrazione del rito dei pasti, della convivialità, della sua preparazione, esso sembra sostituire egregiamente, in coloro che non hanno la capacità di vedere oltre, l’attività cui esso doveva fungere solo da presupposto, e cioè quella della esplorazione dell’ambiente alla ricerca di conoscenza. Quest’ultima, che ha una ragione di esistere in quanto rivolta a ciò che ancora non si conosce, e non alla rievocazione e ripetizione di nozioni già acquisite, si è ridotta all’interesse sempre più diffuso per l’alimentazione, la gastronomia, la dietetica, dirottando in questo modo le risorse intellettuali dei più deboli verso una conoscenza che funge solo da alibi, in quanto non consente, praticamente, alcun progresso e acquisizione di nuove informazioni.

In conclusione, e secondo le più recenti ricerche in ambito neuroscientifico, sembrerebbe che la modalità di default della nostra esistenza sia il dolore, e che tutta la nostra vita, in un certo senso, non sia altro che il tentativo continuo di attenuarlo. Come osserva Dozier, le terminazioni che trasportano il dolore sono in rapporto di tre a uno rispetto a quelle del piacere, per cui è piuttosto plausibile che il piacere sia nato, evolutivamente, dopo il dolore, e in rapporto di dipendenza da esso. Le endorfine prodotte dall’organismo dopo un pasto non avevano lo scopo di segnalarci il valore dell’alimentazione attraverso una sensazione di benessere e di appagamento, ma per rendere più evidente quanto il non mangiare potesse essere pericoloso per la sopravvivenza. Piuttosto che segnalare con stimoli dolorifici la necessità di soddisfare bisogni primari come la fame, la sete, il sonno (l’istinto sessuale merita un discorso a parte, perché rispondente ad esigenze diverse dalla sopravvivenza del singolo individuo), l’evoluzione ha preferito la strada di fornirci una ricompensa in termini di piacere. Il che sembra essere giustificato proprio dal fatto che questi comportamenti sono essenziali per la nostra sopravvivenza, a livello basico e quotidiano, per cui la loro ripetitività e ciclicità di soddisfacimento poteva essere soddisfatta senza debilitare le risorse dell’organismo con un continuo stillicidio di stimoli dolorifici. Il dolore, allora, venne gradatamente confinato, almeno nella sua forma più evidente e disturbante, alla segnalazione di situazioni acute, occasionali e non ripetitive. Il piacere segnala equilibrio e armonia, il dolore alterazione dell’ottimale stato di salute. Questo rozzo sistema di segnalazione è rimasto sostanzialmente immutato ancora oggi, nonostante la nostra evoluzione ci abbia portati a ridurre il ruolo del dolore fisico nella nostra vita, e a percepire, invece, sempre più intenso e presente il disagio e la sofferenza psicologica. Nel momento storico attuale l’umanità sta timidamente scoprendo la possibilità di affrancarsi definitivamente dalla schiavitù del dolore fisico, il quale ha perso il suo originario significato di “campanello di allarme”, utile solo per organismi privi, come invece è l’uomo, di un apparato psichico così complesso da attribuire al dolore valenze, significati, caratteristiche che gli animali non possono neppure immaginare. In altre parole, l’uomo ha imparato a riflettere sul proprio dolore, e così facendo, si è anche chiesto se, una volta scoperta la sua funzione, non fosse possibile coglierne il significato informativo, privandolo delle caratteristiche negative. Il dolore fisico è infatti un meccanismo inumano, perché inadeguato allo scopo; retaggio di una condizione, nella scala evolutiva, in cui esso non era collegato all’elaborazione di un sistema nervoso in grado di amplificarlo, arricchendolo di significati. Esso è nato, e ancora oggi funziona, come un meccanismo simile a un relè salvavita, che interrompe il passaggio di corrente per evitare un sovraccarico e conseguenze pericolose. Ma un simile rozzo e ridicolo strumento di segnalazione era idoneo ad agire su forme di vita altrettanto rozze e grossolane, prive di consapevolezza e di coscienza, e prive, specialmente, della capacità di intensificare la sua portata negativa con “l’aggiunta” del dolore psicologico. Il dolore cronico, in particolare, appare in maniera evidente come un meccanismo poco efficiente di salvaguardia della nostra salute. Se riusciremo a liberarci di una mentalità che, negando il significato dell’evoluzione, vuole ricondurre ogni caratteristica umana a un atto di “creazione” che va rispettato e onorato perché proveniente da una entità superiore, potremo allora affrancarci da questa schiavitù inutile, e dedicarci al risolvere il problema successivo, quello dell’attenuazione del dolore psicologico.

In conclusione, il significato di questi stimoli, dolore e piacere, venne ad assumere, nel caso del primo, quello di segnalazione di una situazione o di un comportamento pericoloso per la sopravvivenza, mentre il secondo veniva utilizzato per ricordare l’importanza del soddisfacimento di bisogni primari “abituali e quotidiani”. La funzione originaria del piacere, dunque, non sembra essere stata quella di orientare l’agire umano verso i comportamenti ad esso collegati, in quanto dotati di valori e utilità al di là della semplice salvaguardia della salute e della sopravvivenza, ma piuttosto di compensare l’iperattivazione del sistema simpatico e la sofferenza e il disagio dell’esistenza.  In altri termini, nessuna indicazione circa l’evoluzione e il progresso umano sembrava venire dal piacere. È però possibile che l’evoluzione biologica e culturale abbia trasformato questo meccanismo, originariamente deputato a un ruolo subalterno, per quanto essenziale, rispetto al dolore,  in un sistema di segnalazione, di “marcatura” (per ricondurci all’espressione di “marcatore somatico” di Damasio) di quei comportamenti “virtuosi” o in qualche modo potenzialmente portatori di benefici in termini adattivi. Non più, allora, uno stimolo legato al corpo, ma, parallelamente all’evoluzione di una sofferenza psicologica accanto a quella fisica, la fruizione di una esperienza piacevole, complessa e profonda, legata all’acquisizione di conoscenza e consapevolezza. La risata, che è una forma di piacere spesso slegata dalla stimolazione dei recettori cutanei, e che a differenza del piacere fisico richiede una certa elaborazione cognitiva tipicamente umana, consiste proprio in una manifestazione esplosiva di consapevolezza, e costituisce forse il ponte tra il piacere puramente fisico e quello intellettuale.

E arriviamo, quindi, al piacere psicologico. Frutto di una lentissima evoluzione, esso è associato allo sviluppo della coscienza, del linguaggio e della comunicazione, venendo a soddisfare bisogni sociali e di ordine superiore.

Il piacere psicologico e intellettuale può essere slegato dalla percezione consapevole delle sensazioni del  corpo: esso assume la forma di estasi, di illuminazione, di gioia, è straordinariamente effimero ed è sperimentabile tutte le volte in cui nei nostri circuiti neurali si attiva una connessione inedita. L’arte, nella sua forma più alta, produce un piacere mentale che nasce da un insieme  di componenti contemporaneamente presenti: il riconoscimento di una forma armonica ed elegante insieme alla sorpresa di elementi che si svelano solo a una osservazione più attenta, l’emozione del risveglio di un ricordo, la consapevolezza fugace di essere stati partecipi, sia pure per un attimo, di un fenomeno di parziale “ricongiungimento” di diverse parti con il tutto.

Il piacere mentale in senso stretto nasce anch’esso da un fenomeno di connessione neurale, quando un’idea trova una qualche associazione con un’altra, apparentemente lontana e staccata, dandoci la straordinaria quanto ineffabile sensazione di aver colto, per un attimo, la fugace visione di una realtà sempre presente, ma sempre nascosta dietro un velo. Ancora una volta, il piacere nasce da una associazione, da un legame che unisce ciò che era privo di identità e di sostanza perché separato dal tutto. In senso squisitamente esoterico e spirituale, il piacere psicologico e mentale sembra quindi costituire una sorta di indicazione della via che conduce alla conoscenza, intesa come sempre maggiore consapevolezza della necessità di cogliere nessi e associazioni per ritornare a quella che è la nostra condizione originaria: l’unità del tutto.

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