Meditazione: quali benefici concreti?
Meditazione: quali benefici concreti?

Meditazione: quali benefici concreti?
Il Counseling psicobiologico propone alcune decine di proposte alternative.

“Lo si voglia o no, il fatto di adeguarsi, subendo tacitamente una imposizione estrinseca cui non si presti fede, a determinate manifestazioni che rivestono l’aspetto di un vero cerimoniale, e che, come tali, rientrano nel novero dell’autentico rituale, costituisce una coartazione della nostra personalità e quindi un motivo di grave decurtazione della nostra libera iniziativa” (Dorfles, 1977).

Come è a tutti noto, la meditazione è una delle tecniche provenienti dall’antica tradizione indiana da sempre raccomandata come strumento per accedere e  per conservare uno stato di benessere, di illuminazione o di beatitudine a livello psicofisico. In realtà, a ben riflettere, e a osservare la realtà dei fatti, non si può non rilevare come questo strumento  non abbia mai prodotto i risultati pratici che prometteva. Al di là dei dati rigorosamente scientifici e incontrovertibili, che testimoniano, sul piano teorico, l’influenza dello stato di rilassamento sulla salute del corpo e i potenziali benefici a livello mentale, resta il fatto, altrettanto incontrovertibile, che la pratica della meditazione, di per sé,  non pone al riparo da malattie e disturbi di qualsiasi tipo. Solo l’adozione di uno stile di vita corretto, sano, equilibrato, come pochissime persone al mondo, per fortuna o per loro straordinarie capacità, possono permettersi, può infatti produrre benefici sul piano psicofisico evidenti, rilevanti e significativi.

Neppure esiste alcun dato al mondo, se non le  solite testimonianze aneddotiche, che dimostri come la pratica della meditazione abbia mai favorito il benessere psicofisico in maniera duratura e costante, e neppure risulta da nessun dato che essa abbia portato benefici di altro tipo. Per esempio, non esistono dati a dimostrazione del fatto che la sua pratica favorisca l’attività intellettuale, la creatività artistica, il superamento di esami scolastici o universitari, e in generale, una maggiore efficienza psicofisica. Certo, se guardiamo ai tracciati di un elettroencefalogramma, oppure misuriamo certi parametri clinici, possiamo rilevare senza dubbio che la meditazione favorisce il recupero del parasimpatico, con tutte le conseguenze relative. Ma non si tratta di un effetto diverso da quello che è stato registrato a seguito di una esperienza piacevole, di una soddisfacente attività sessuale, di una serata passata in compagnia di amici. Infatti, al di là dei soliti casi più folcloristici che aneddotici, non ci risulta che nessuna prestazione sportiva sia stata favorita dalla pratica della meditazione: l’uomo più veloce del mondo non solo non pratica la meditazione, ma probabilmente non sa neanche cosa sia, e questo vale per tutte le discipline. Quando poi, come piace fare ai giornalisti, si citano casi di sportivi che sono assistiti da maestri spirituali o da psicologi che li aiutano in questa come in altre pratiche di rilassamento, non esiste alcuna dimostrazione della loro efficacia, distinta e misurabile rispetto a tutte le altre risorse dell’individuo, né la prova che senza di esse l’atleta non avrebbe raggiunto gli stessi risultati,

Del resto, esistono molti artisti che hanno creato sotto l’effetto di allucinogeni, altri attraverso un’altra pratica, secondo noi molto più intelligente, come la contemplazione (si pensi a Mahler che si ritirava in un rifugio di montagna per comporre), ma nessuno che abbia mai brillato nel panorama artistico grazie al contributo della meditazione. Dickens ha scritto migliaia di pagine elegantissime e di un livello qualitativo molto superiore alla media, nell’unica stanza in cui viveva, tra i figli che urlavano e giocavano tra i suoi manoscritti. E, se ci riflettiamo con mente libera, Platone e Aristotele, Leonardo da Vinci, Freud (cocainomane), Newton, Einstein, tanto per citare i nomi di illustri personaggi noti a tutti, hanno fatto quello che hanno fatto senza alcuna meditazione.

Insomma, tutta la storia occidentale si è svolta senza il contributo della meditazione, e a nessuno è mai venuto in mente che con essa avremmo guadagnato qualcosa.

Perché, allora, questa moda diffusa tra persone di livello culturale medio-alto (lo stesso livello che caratterizza molti seguaci dell’omeopatia) che spinge, più che a praticare, a giudicare la meditazione come una nobile pratica di tendenza? Innanzitutto, ricordiamo che l’ayurveda o “scienza della longevità” non ha impedito che l’India, culla di tutte le discipline della mente e della meditazione, si caratterizzasse per tutta la sua storia fino  solo a pochi anni fa come uno dei paesi più poveri del mondo e nel quale l’aspettativa di vita  era ridottissima. Si consideri cioè che la speranza di vita del popolo indiano negli anni 30 del secolo scorso  era di soli 23 anni. Ma a parte questa considerazione, che peraltro meriterebbe qualche riflessione in più da parte dei seguaci della meditazione a tutti costi, sono le neuroscienze e in generale i risultati della ricerca scientifica sulla mente che mettono in dubbio l’utilità di questa tecnica.

Meditare, e cioè, fondamentalmente, restare immobili e completamente rilassati cercando di riportare continuamente l’attenzione verso se stessi e verso il presente, verso il “qui  e ora”, e lasciando scorrere i pensieri che  inevitabilmente si affacciano alla mente, è indubbiamente una tecnica che produce una condizione di rilassamento psicofisico, con tutte le conseguenze sul piano organico, neurovegetativo e di rilassamento mentale che anche la scienza riconosce, ma nulla più. Non risulta che la pratica costante e  continuativa della meditazione abbia mai portato a un aumento nella condizione di salute e di benessere e a un  incremento nella durata della vita, o a  maggiori prestazioni sul piano mentale o su quello fisico. Chiediamoci allora se questa tecnica ha un significato sul piano scientifico.

Il primo punto su cui vorrei portare l’attenzione del lettore è quello che ci ricorda come la natura umana, e, ripeto, la natura umana, non può concepire la propria realtà e la realtà circostante se non in termini di confronto. Dal punto di vista dei nostri organi di senso, per esempio, sono i movimenti saccadici dei nostri occhi che ci permettono di vedere. L’immobilità, il “qui e ora”, in altre parole, non consentiva, a quanto pare, secondo la nostra storia evolutiva, di adattarsi al nostro ambiente attraverso lo sviluppo del senso della vista.

Per fare un altro esempio, si consideri ancora come sia impossibile determinare  il fatto che una certa superficie sia liscia o ruvida attraverso il contatto con i nostri polpastrelli  se questi non vengono mossi, cioè strisciati sulla superficie. È il movimento, quindi, e non la stasi, l’immobilità e il “qui e ora” ad essere connaturato con la natura umana. Naturalmente, che possa essere utile o persino indispensabile prendersi delle pause, specialmente  nel ritmo frenetico della vita quotidiana occidentale, è assolutamente fuori dubbio, ma che la meditazione debba essere elevata al rango di tecnica eccelsa ed elettiva ai fini del nostro benessere psicofisico, questa è tutta un’altra questione.

Si consideri, infatti, che la natura umana è tale, e cioè si distingue da quella dei vegetali e degli animali, proprio per ciò che la meditazione tende ad escludere, e cioè il confronto tra la situazione attuale e la nostra storia precedente, le nostre conoscenze pregresse, e, specialmente, la previsione, la progettazione e la programmazione del futuro. Godersi in tutta la sua pienezza ed intensità i momenti di serenità, di gioia, di contemplazione, di benessere,  non è solo un diritto, ma dovrebbe essere un dovere di ogni essere umano. Ma la nostra natura si è evoluta in modo da spingerci sempre in avanti verso nuove conoscenze, verso nuovi progetti, costringendoci, in qualche modo, a non essere mai sufficientemente soddisfatti di ciò che abbiamo. Questa situazione può piacere o meno, ma c’è un dato di fatto incontestabile: l’uomo si è evoluto rispetto agli altri animali per il fatto che non è rimasto a meditare sul “qui e ora”, ma perché ha  continuamente elaborato la propria esperienza alla luce del passato e del futuro, con coscienza vigile, e con tutti i suoi organi di senso ben attivi per riportare stimoli al cervello. In altri termini, lo sviluppo delle nostre capacità di adattamento e l’evoluzione umana dipendono, come noto, dalla quantità e qualità di stimoli da elaborare per creare nuove connessioni nervose, e quindi una rete neurale complessa, in grado di permetterci una migliore conoscenza e padronanza di noi stessi e dell’ambiente.

A nostro parere, la meditazione è una tecnica, probabilmente utile, ma non certo come la si vuole far credere, i cui meccanismi di funzionamento e di azione sono già in parte noti, ma che non sembra possa condurre a nulla di significativo. La meditazione, infatti, chiude la mente, la isola, cercando, in maniera poco naturale, di creare una sorta di ottundimento artificiale  rispetto alle percezioni dei nostri organi di senso. E’ paradossale il fatto che l’umanità sia progredita grazie alla elaborazione degli stimoli provenienti dall’ambiente interno ed esterno, e la meditazione cerchi invece di cancellarli.

Non si commetta il banale errore di affermare che essa consente invece di incrementare la conoscenza di se stessi, tramite questo sforzo diretto ad escludere il lavoro naturale della nostra mente. La mente che abbiamo evoluto non è isolabile: essa ha la sua ragione di esistere e di funzionare così come funziona perché è collegata con i nostri organi di senso, col corpo, con i nostri pensieri. L’idea balzana che la nostra mente sia qualcosa di staccato da noi, persino ostile (“la mente mente” è uno dei luoghi comuni più superficiali tra i seguaci della new age) e che vada isolata dal corpo e dalle nostre funzioni neurovegetative, non trova riscontro né nelle neuroscienze né nel buon senso. Noi siamo la nostra mente, in quanto (come ricorda Antonio  Damasio), essa si è evoluta e sviluppata filogeneticamente e ontogeneticamente attraverso l’esperienza del confronto col mondo esterno e gli stimoli interni ed esterni del corpo, insieme al quale si è sviluppata.

La contemplazione, invece, allarga la mente. Si tratta di lasciare che gli stimoli esterni entrino in noi senza protezione, e lasciare quindi che vadano direttamente ad accedere agli strati più profondi della nostra esistenza.

Piuttosto che sprecare il nostro tempo, per parecchie decine di minuti al giorno, a fare nulla in attesa dell’illuminazione, ci sembra più produttivo sfruttare al massimo le nostre risorse vivendo, e non vegetando. Lo si può fare in mille modi, tutti più intelligenti e proficui della meditazione: ascoltando musica, o possibilmente componendola, scrivendo, disegnando o svolgendo una qualunque attività artistica, passeggiando o correndo immersi nel verde o in un ambiente naturale, visitando una mostra d’arte, studiando o leggendo, riflettendo su qualsiasi fenomeno o problema attiri la nostra attenzione, restando aperti ad ogni nuovo stimolo, ascoltando in silenzio il suono della natura nel buio di un bosco o il silenzio assoluto nel deserto, osservando il tramonto in solitudine dalla cima di una montagna, ascoltando i problemi del prossimo cercando di immedesimarsi, facendo, o facendosi fare un massaggio, facendo l’amore o giocando con un bambino.

Potremmo andare avanti per molto, con questo elenco, ma non riusciremmo, probabilmente, a trovare una attività meno produttiva della meditazione. Anche se, a pensarci bene, tutte quelle da noi proposte presentano due grossi svantaggi: costano impegno, e non sono per niente di moda.

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