Abuso della professione di psicologo: Sentenza n° 39339 del 2017
Abuso della professione di psicologo: Sentenza n° 39339 del 2017

La Sentenza n° 39339 del 2017 della suprema Corte di Cassazione ( Sentenza 39339-2017), ha chiarito, per l’ennesima volta, e con estrema chiarezza, come tutte le attività di counseling che si rivolgano alla cura di problemi o disturbi psichici siano da considerare di competenza psicologica e, se poste in essere da altre categorie, professionali o non professionali, integrano la fattispecie di reato di abuso della professione di psicologo.

E’ interessante osservare come, con questa sentenza, la Suprema Corte non abbia soltanto giudicato la legittimità della pratica più affine a quella dello psicologo, ossia quella del counselor, ma si sia espressa con molta chiarezza nei confronti di qualsiasi pratica o disciplina che, sotto la veste e il camuffamento della promozione del benessere, svolga in realtà una attività diagnostica o terapeutica di tipo medico o psicologico.

In particolare, la Suprema corte ricorda come, per esempio, “ si è ritenuto costituire esercizio abusivo di professione: l’attività di un pranoterapeuta che, prima di imporre le mani, intrattenga approfonditi colloqui su aspetti intimi della vita dei pazienti, per diagnosticare problematiche psicologiche eventualmente all’origine dei disturbi da loro lamentati ( sez. 6, n° 16562 del 15/03/2016; Sez. 6, n. 17702 del 03/03/2004, Rv. 228472)”.

E’ assolutamente evidente che il principio espresso dalla Suprema Corte resta valido e applicabile anche in tutti i casi analoghi di svolgimento di attività da parte di naturopati, counselor, operatori olistici  o di discipline bionaturali, massaggiatori e tutti coloro che, operando sostanzialmente come guaritori, integrino lo svolgimento e la pratica delle loro tecniche di analisi, manipolative o meno, con una attività sostanzialmente diagnostica di tipo psicologico. Ciò vale, quindi, per l’iridologo che si informa su patologie pregresse del cliente allo scopo di rilevare “scompensi o squilibri energetici”, o per l’operatore di discipline bionaturali il quale pratichi la sua attività sulla base di informazioni e valutazioni di carattere psicologico, relative a disturbi, alterazioni dello stato di salute fisica o psichica, disagio e problemi lamentati dal cliente.

Non si può parlare, invece, di abuso di professione, quando l’attività di analisi fondata sul colloquio (o su test estranei alla pratica medica e psicologica) sia rivolta a fornire un quadro approfondito della personalità del cliente, in relazione al suo stile di vita e al suo atteggiamento verso di essa, in quanto tale attività di analisi sia esclusivamente rivolta a fornire una consulenza in materia di qualità della vita e non certo a risolvere problemi di qualsiasi natura (e tantomeno a prescrivere alcunché).

In conclusione, tranquillizziamo i nostri allievi e lettori: l’attività di consulenza psicobiologica è nata proprio per colmare una grave lacuna della medicina e della psicologia, e porsi in netta autonomia rispetto a quella medica e psicologica, utilizzando un proprio metodo e un proprio Codice deontologico. La legittimità della nostra attività di counseling o di consulenza del benessere, è quindi confermata dalle recenti sentenze della Corte di Cassazione, la quale ha precisato, ancora una volta, come semplici artifici terminologici e linguistici per descrivere una attività diagnostica o terapeutica di tipo psicologico da parte di counselor tradizionali, naturopati o operatori olistici, sia pratica penalmente perseguibile.

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