Codice deontologico del Counselor in Psicobiologia
Codice deontologico del Counselor in Psicobiologia

 

Codice deontologicoEstratto dal Codice deontologico dei Consulenti e formatori scientifici del benessere

Capo I – Principi generali


Articolo 1

Le regole del presente Codice deontologico costituiscono indicazioni di comportamento in attesa del riconoscimento legislativo della professione di consulente e formatore scientifico del benessere e dellʼapprovazione di un codice deontologico vincolante per gli iscritti allʼapposito Albo.
Fino a quel momento, le regole contenute nel presente Codice deontologico sono vincolanti per gli iscritti allʼAlbo privato dei consulenti e formatori scientifici del benessere e per tutti coloro che si riconoscano nei principi e nelle regole qui illustrate.

Articolo 2

Il Consulente e formatore scientifico del Benessere (di qui in poi solo consulente) è un consulente professionale in una specifica modalità di relazione dʼaiuto, la quale ha per oggetto lʼanalisi dello stile di vita della persona. Il suo compito consiste nel chiarire e aiutare a comprendere il significato, ai fini della promozione del benessere, di tutti gli aspetti della vita del cliente, in modo da aiutarlo a rendersi consapevole delle caratteristiche uniche della sua personalità e del significato della sua vita secondo la visione psicobiologica di essa.
Scopo dell’attività di consulenza e formazione del benessere è quello di aiutare il cliente a chiarire il significato di ogni aspetto della sua vita e a renderlo il più possibile autonomo nelle sue scelte di vita in senso adattivo, migliorando conoscenza e consapevolezza di sé e la fiducia nelle sue qualità e risorse positive.
E’ totalmente estranea alla competenza e alle finalità dell’attività professionale di consulenza scientifica del benessere la presa in carico, l’analisi e la gestione degli aspetti psicologici, di quelli patologici, dei disturbi, del disagio o del malessere della persona, in quanto l’attività di consulenza e formazione del benessere si colloca rigorosamente al di fuori dell’ambito sanitario e si muove soltanto nella ricerca di una migliore qualità della vita, fondata sull’attivazione e sviluppo delle risorse positive della persona e mai, per nessun motivo, allo scopo di combattere o gestire situazioni di disagio, malattia o comunque problematiche.

Articolo 3

Il Consulente considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il miglioramento della qualità della vita dei suoi clienti e del prossimo secondo la visione biopsicosociale della salute.
In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace, al solo scopo di favorire la loro capacità autonoma di prendere decisioni relative al miglioramento dello stile di vita globale, senza mai sostituirsi al cliente né ad altre categorie professionali nella analisi e nella gestione di tutte le situazioni che riguardano la vita di quest’ultimo.
Il consulente e formatore del benessere aiuta il cliente ad impostare la propria vita sulla base dell’idea del controllo razionale ed equilibrato sulla gestione della vita emotiva e affettiva.
Il Consulente è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nellʼesercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri, anche se non direttamente e non intenzionalmente, per il solo fatto di aver fornito informazioni tramite il rapporto di consulenza; pertanto deve prestare particolare attenzione ai fattori personali, sociali, organizzativi, finanziari e politici, al fine di evitare lʼuso non appropriato della sua influenza, e non utilizza indebitamente la fiducia e le eventuali situazioni di dipendenza dei committenti e dei clienti destinatari della sua prestazione professionale.
Il Consulente deve prestare la massima attenzione per far sì che la sua attività di consulenza, e quindi informativa e non prescrittiva, non crei in alcun modo una qualsiasi forma di dipendenza o condizionamento diretto sulle scelte di vita del cliente. Il Consulente è responsabile dei propri atti professionali e delle loro prevedibili dirette conseguenze.

Articolo 4

Nellʼesercizio della professione, il Consulente rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, allʼautodeterminazione ed allʼautonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dallʼimporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio-economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità.
Il Consulente si ispira, nellʼesercizio della sua attività e nella propria visione della vita, ai principi e ai contenuti della psicobiologia del benessere, e utilizza metodi e tecniche autonome di tipo psicobiologico, non di competenza psicologica o medica, salvaguardando tali principi, e rifiuta la sua collaborazione ad iniziative lesive degli stessi. Quando sorgono conflitti di interesse tra lʼutente e lʼistituzione presso cui il Consulente opera, questʼultimo deve esplicitare alle parti, con chiarezza, i termini delle proprie responsabilità ed i vincoli cui è professionalmente tenuto. In tutti i casi in cui il destinatario ed il committente dellʼintervento di consulenza non coincidano, il Consulente tutela prioritariamente il destinatario dellʼintervento stesso.

Articolo 5

Il Consulente è tenuto a mantenere un livello adeguato di preparazione professionale e ad aggiornarsi in tutte le discipline che si occupano, a diverso titolo, di benessere e qualità della vita.
Riconosce i limiti della propria competenza ed usa, pertanto, solo strumenti teorico- pratici per i quali ha acquisito adeguata competenza e, ove necessario, formale autorizzazione.
Il Consulente impiega metodologie delle quali è in grado di indicare le fonti ed i riferimenti scientifici, e non suscita, nelle attese del cliente, aspettative infondate. Quando gli strumenti di analisi e di consulenza nella cura della persona che egli utilizza nella relazione di consulenza non abbiano il conforto della conferma di studi scientifici, egli è tenuto a renderlo noto al cliente, specificando quali siano le affermazioni supportate da evidenze scientifiche rispetto a quelle frutto della propria elaborazione e interpretazione personale.

Articolo 6

Il Consulente accetta unicamente condizioni di lavoro che non compromettano la sua autonomia professionale ed il rispetto delle norme del presente codice, e, in assenza di tali condizioni, rifiuta di fornire la sua consulenza.
Il Consulente salvaguarda la propria autonomia nella scelta dei metodi, delle tecniche e degli strumenti psicobiologici di consulenza e di formazione, nonché della loro utilizzazione; è perciò responsabile della loro applicazione ed uso, dei risultati, delle valutazioni ed interpretazioni che ne ricava.
Nella collaborazione con professionisti di altre discipline esercita la piena autonomia professionale nel rispetto delle altrui competenze.

Articolo 7

Nelle proprie attività professionali, nelle attività di ricerca e nelle comunicazioni dei risultati delle stesse, nonché nelle attività didattiche, il Consulente valuta attentamente, anche in relazione al contesto, il grado di validità e di attendibilità di informazioni, dati e fonti su cui basa le conclusioni raggiunte; espone, allʼoccorrenza, le ipotesi interpretative alternative, ed esplicita i limiti dei risultati.
Il Consulente, su casi specifici, esprime valutazioni e giudizi professionali solo se fondati sulla conoscenza professionale diretta ovvero su una documentazione adeguata ed attendibile.

Articolo 8

Il Consulente contrasta lʼesercizio abusivo della professione come definita dagli articoli del presente codice, e segnala alla Società italiana di Scienze del Benessere i casi di abusivismo o di usurpazione di titolo di cui viene a conoscenza. Parimenti, utilizza il proprio titolo professionale esclusivamente per attività ad esso pertinenti, e non avalla con esso attività ingannevoli od abusive.

Articolo 9

Nella sua attività di ricerca il Consulente è tenuto ad informare adeguatamente i soggetti in essa coinvolti al fine di ottenerne il previo consenso informato, anche relativamente al nome, allo status scientifico e professionale del ricercatore ed alla sua eventuale istituzione di appartenenza.
Egli deve altresì garantire a tali soggetti la piena libertà di concedere, di rifiutare ovvero di ritirare il consenso stesso. Nellʼipotesi in cui la natura della ricerca non consenta di informare preventivamente e correttamente i soggetti su taluni aspetti della ricerca stessa, il Consulente ha lʼobbligo di fornire comunque, alla fine della prova ovvero della raccolta dei dati, le informazioni dovute e di ottenere lʼautorizzazione allʼuso dei dati raccolti.
Per quanto concerne i soggetti che, per età o per altri motivi, non sono in grado di esprimere validamente il loro consenso, questo deve essere dato da chi ne ha la potestà genitoriale o la tutela, e, altresì, dai soggetti stessi, ove siano in grado di comprendere la natura della collaborazione richiesta. Deve essere tutelato, in ogni caso, il diritto dei soggetti alla riservatezza, alla non riconoscibilità ed allʼanonimato.

Articolo 10

Nello svolgimento della sua attività professionale, il Consulente, consapevole della necessità di non invadere il campo di competenza di altre categorie professionali, fornisce informazioni e chiarimenti in materia di benessere, non prescrive mai programmi dietetici alimentari specifici, rimedi, strumenti di cura, né fornisce consigli e suggerimenti solo perché legati alle proprie convinzioni, ma illustra sempre le diverse opzioni a disposizione del cliente, i pro e contro di ogni scelta, i limiti e le possibili conseguenze, positive e negative, di ogni opzione, esprimendo un proprio parere argomentato e motivato sulla base di documentabili evidenze provenienti dalla letteratura scientifica, ma prestando attenzione a che la scelta definitiva sia frutto della determinazione consapevole e libera del cliente.
Quando il programma di consulenza e di formazione contempla la possibilità di utilizzo di supporti, strumenti di gestione e di modificazione del proprio stile di vita che possano in qualunque modo interferire con la cura medica o psicologica, è tenuto a segnalare per iscritto al cliente la necessità di sottoporre tale programma al medico, allo psicologo o allo psicoterapeuta curante o alla figura professionale sanitaria di riferimento, ribadendo e qualificando la propria attività di consulenza come informativa e mai prescrittiva.

Articolo 11

Il Consulente è strettamente tenuto al segreto professionale. Pertanto non rivela notizie, fatti o informazioni apprese in ragione del suo rapporto professionale, né informa circa le prestazioni professionali effettuate o programmate, a meno che non ricorrano le ipotesi previste dagli articoli seguenti.

Articolo 12

Il Consulente si astiene dal rendere testimonianza su fatti di cui è venuto a conoscenza in ragione del suo rapporto professionale. Il Consulente può derogare allʼobbligo di mantenere il segreto professionale, anche in caso di testimonianza, esclusivamente in presenza di valido e dimostrabile consenso del destinatario della sua prestazione. Valuta, comunque, lʼopportunità di fare uso di tale consenso, considerando preminente la tutela psicologica dello stesso.

Articolo 13

Nel caso di obbligo di referto o di obbligo di denuncia, il Consulente limita allo stretto necessario il riferimento di quanto appreso in ragione del proprio rapporto professionale, ai fini della tutela psicologica del soggetto. Negli altri casi, valuta con attenzione la necessità di derogare totalmente o parzialmente alla propria doverosa riservatezza, qualora si prospettino gravi pericoli per la vita o per la salute psicofisica del soggetto e/o di terzi.

Articolo 14

Il Consulente, nel caso di consulenza o formazione prestata a favore o attraverso gruppi, è tenuto ad informare, nella fase iniziale, circa le regole che governano tale intervento. È tenuto altresì ad impegnare, quando necessario, i componenti del gruppo al rispetto del diritto di ciascuno alla riservatezza.

Articolo 15

Nel caso di collaborazione con altri soggetti parimenti tenuti al segreto professionale, il Consulente può condividere soltanto le informazioni strettamente necessarie in relazione al tipo di collaborazione.

Articolo 16

Il Consulente redige le comunicazioni scientifiche, ancorché indirizzate ad un pubblico di professionisti tenuti al segreto professionale, in modo da salvaguardare in ogni caso lʼanonimato del destinatario della prestazione.

Articolo 17

La segretezza delle comunicazioni deve essere protetta anche attraverso la custodia e il controllo di appunti, note, scritti o registrazioni di qualsiasi genere e sotto qualsiasi forma, che riguardino il rapporto professionale. Tale documentazione deve essere conservata per almeno i cinque anni successivi alla conclusione del rapporto professionale. Il Consulente deve provvedere perché, in caso di sua morte o di suo impedimento, tale protezione sia affidata ad un collega ovvero alla federazione dei Consulenti professionisti. Il Consulente che collabora alla costituzione ed allʼuso di sistemi di documentazione si adopera per la realizzazione di garanzie di tutela dei soggetti interessati.

Articolo 18

In ogni contesto professionale il Consulente deve adoperarsi affinché sia il più possibile rispettata la libertà di scelta, da parte del cliente, del professionista cui rivolgersi e della sua adesione al programma di formazione al benessere concordato. Il Consulente non svolge una attività di tipo clinico-terapeutico ed è a medici, psicologi e altri professionisti abilitati in ambito sanitario che egli indirizzerà il suo cliente, quando ritenga che ciò di cui ha bisogno non si limita a una consulenza in tema di promozione del benessere, ma possa coinvolgere scelte di vita che possano richiedere la valutazione e l’approvazione di medico o psicologo.

Articolo 19

Il Consulente che presta la sua opera professionale in contesti di selezione e valutazione è tenuto a rispettare esclusivamente i criteri della specifica competenza, qualificazione o preparazione, e non avalla decisioni contrarie a tali principi.

Articolo 20

Nella sua attività di docenza, di didattica e di formazione il Consulente stimola negli studenti, allievi e tirocinanti lʼinteresse per i principi deontologici, anche ispirando ad essi la propria condotta professionale. Nella sua attività didattica e informativa di diffusione della conoscenza delle scienze del benessere si astiene dal proporre punti di vista privi di sufficienti argomentazioni logicamente o scientificamente fondate, illustra sempre le possibili critiche e i limiti di ogni ipotesi o teoria che propone, porta a conoscenza del pubblico le fonti e i riferimenti di quanto egli espone, evita ogni atteggiamento dogmatico, ideologico, acritico, prestando la massima attenzione a non confondere e non far confondere dati, fatti, teorie e argomentazioni legate al pensiero magico con quelle razionali e scientificamente fondate.

Articolo 21

Il Consulente, a salvaguardia dellʼutenza e della professione, è tenuto a non insegnare lʼuso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di Consulente del benessere a soggetti estranei alla professione stessa, sul presupposto che l’attività di consulenza, seppur informativa e non prescrittiva, seppur rivolta alla cura del benessere e mai di patologie o disturbi, può comunque condizionare le scelte di vita delle persone se non circondata di opportune cautele e svolta secondo i principi e il metodo ai quali sono formati i consulenti e formatori del benessere.

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