Corso Counseling
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Corso Counseling: COUNSELING TRADIZIONALE O COUNSELING PSICOBIOLOGICO?

È dal 1996 che il comitato scientifico dell’Istituto di counseling psicobiologico di Torino, confluito poi nell’Università popolare di scienze della salute psicologiche e sociali, ha definito e sviluppato il ruolo, il contenuto, il significato e gli scopi della attività di counseling ad indirizzo psicobiologico. Ciò è avvenuto sulla base della considerazione che il counseling tradizionale rischiava di diventare una sorta di movimento New Age ispirato a principi formulati nella prima metà del secolo scorso e inadeguati a costituire le basi fondamentali di una disciplina che vorrebbe occuparsi di relazione d’aiuto.

Il Counseling tradizionale rappresenta il passato e la celebrazione di esso. Esso non ha saputo evolversi come disciplina e professione autonoma, restando ancorato alla visione biomedica di medici, psichiatri e psicoterapeuti., esclusivamente centrati sulla cura e la prevenzione di patologie, come se la vita avesse un senso solo se ci si possa rivolgere al medico, allo psicoterapeuta e al counselor per risolvere i propri problemi.

I progressi delle neuroscienze e l’avvento della psicobiologia, come scienza di sintesi, non hanno fatto altro che rendere totalmente superato l’insegnamento di una disciplina come il counseling, la quale risulta, nella sua versione “tradizionale”, totalmente priva di un metodo e persino di una definizione del proprio ambito di competenza rispetto a quella psicologica o psicoterapeutica.

corso counselingIl counseling tradizionale continua a celebrare alcuni dogmi fondamentali, quale per esempio quello della “terapia centrata sul cliente” di Rogers, che viene ancora insegnata come tale, quando, in realtà, una terapia (inteso il termine in senso lato) deve essere centrata sulla relazione tra il cliente e l’ambiente (il quale, a sua volta, è comprensivo del condizionamento prodotto dal terapeuta sulla relazione stessa). Pochi anni prima, infatti, von Bertalanffy  aveva già espresso il tema delle relazioni tra le parti del tutto formulando la sua “teoria dei sistemi complessi” la quale, a sua volta, si inseriva nel progetto di ricerca della meccanica quantistica che, sulla base del principio di indeterminazione di Heisenberg, ha iniziato a proporre una revisione totale della nostra visione dell’universo, sulla base della necessità della comprensione della interconnessione del tutto.

Analogamente, il  Counseling tradizionale resta ancorato a una visione ormai superata di una comunicazione fondata sul dogma di Watzlavick: ” non si può non comunicare”,  reso obsoleto e fondamentalmente inutile e inefficace all’interno della relazione d’aiuto dalla analisi svolta successivamente dalle scienze cognitive, le quali hanno messo in evidenza che di comunicazione umana si può parlare soltanto se essa consiste nell’intenzionale e consapevole scambio di informazioni volto reciprocamente a costruire il significato della comunicazione stessa”.

 Lo stesso concetto di empatia, centrale nell’approccio di counseling, viene letto ancora da molti nell’ottica psicoanalitica legata al problema del transfert e del controtransfert (secondo una visione mai sottoposta a critica e aggiornamento di un secolo fa) e non sono poche le scuole di counseling che insegnano tecniche mentali per difendersi dall'”aggressione del male” proveniente dal cliente. L’empatia, secondo la visione della psicologia evoluzionistica, delle neuroscienze e della psicobiologia, è qualcosa di molto più complesso, che le scuole di counseling non sembrano aver ancora compreso.

Come si accennava, ciò che rende il counseling tradizionale un semplice movimento New Age è il fatto che esso  risulta ancora oggi ignaro e consapevole della necessità di una applicazione pratica alla relazione d’aiuto dei principi di tutte le scienze umane e sociali (e non solo della psicologia) nonché di quelli che la consilienza coglie all’interno delle scienze naturali.  Quale sia il ruolo dell’alimentazione, dell’attività fisica, delle relazioni personali, affettive, sessuali, sociali, della ricerca di conoscenza, della creatività, della spiritualità all’interno della vita del singolo cliente, richiede conoscenze e competenze che non sono insegnate dalle scuole di counseling tradizionale. Esse, infatti, continuano ad essere totalmente immerse in una cultura “medicalizzata” della società e a concepire la relazione d’aiuto solo ed esclusivamente come strumento per combattere il male (qualificato sotto un profilo diverso da quello delle patologie organiche e psichiche,  solo per non incorrere nel reato di abuso di professione).

PER SCARICARE IL VIDEO CHE ILLUSTRA IL SIGNIFICATO DEL COUNSELING PSICOBIOLOGICO, CLICCARE SULL’IMMAGINE DEL PRESIDENTE UNIPSI, DR. GUIDO A. MORINA

corso counseling  Il counseling psicobiologico, invece, si occupa del bene  e di ricerca della felicità a livello individuale e sociale, di organizzare un metodo a disposizione del cliente per promuovere il miglioramento della condizione di salute e benessere, di aiutarlo a cogliere praticamente e quotidianamente tutto ciò che di bello, utile e buono la vita possa offrire, invece che condurlo alla ricerca dei suoi traumi, del suo passato disagiato o abusato, dei suoi problemi affettivi (i quali restano di competenza di altre categorie professionali). Nulla a che vedere con il solito, ripetitivo e ossessivo bisogno dei counselor tradizionali di lavorare sul passato, anziché sul futuro del cliente, di comprendere il male che lo affligge, di rimuoverlo, di definire il suo disagio, di aiutarlo a risolvere problemi contingenti o esistenziali, e così via.

 Infatti, si consideri che o l’oggetto della relazione di counseling tradizionale riguarda aspetti ininfluenti sulla salute psicofisica della persona, problemi non gravi e passeggeri, che fanno parte, fisiologicamente naturalmente, dell’esistenza di tutti gli esseri umani, e allora non si vede perché sia necessario costruire una nuova figura professionale dal nulla, anziché affidare agli psicologi, formati anche secondo l’approccio del counseling, la gestione di tali problemi; oppure i problemi che il counseling pretende di affrontare sono suscettibili o sono essi stessi disturbi psichici, anomalie di funzionamento mentale e del comportamento (che portano con sé, sul piano psicosomatico, altri disturbi legati all’ansia o a stati depressivi),  e allora l’intervento del counseling potrebbe essere, più che inutile, nocivo e pericoloso per la salute mentale del cliente (la legge, infatti, oltre al buon senso, richiede un’abilitazione professionale proprio in considerazione di questo fondamentale problema: primum non nocere).

Non basta, infatti, dedicare alcuni weekend ad ascoltare un medico che parla di medicina e uno psicoterapeuta che parla di psicoterapia per trasformarsi in professionisti della relazione d’aiuto,   e neppure studiare a memoria quante più possibili etichette psichiatriche ispirate ai principi della psicopatologia psichiatrica, così come non basta ripetere come un mantra che il counseling si occupa di risvegliare le risorse del cliente, inteso come persona sana, e altri dogmi e luoghi comuni mai sottoposti a verifica e adanalisi critica, per qualificarsi come conoscitori dell’animo umano e pretendere di gestirne il disagio.

Il counseling tradizionale è quindi una moda New Age che ci auguriamo sia passeggera, perché inutile e pericolosa in quanto priva di una definizione dei suoi contenuti, in maniera autonoma rispetto a quelli della psicologia alla quale si ispira, e, specialmente, manca totalmente di un metodo. Il counseling tradizionale si riduce a un ascolto privo di giudizio, a un tentativo di comunicazione pratica, ha consigli, suggerimenti, parole di conforto, sostegno psicologico e incoraggiamento, il tutto corroborato da riferimenti a pensieri edificanti estratti qua e là dal mondo della filosofia e della religione orientale o da quello della psicologia.

 Esso si rivolge a persone che sono ancora condizionate da una visione della vita secondo la mentalità biomedica, che ritengono che “relazione d’aiuto” sia solo confortare e consolare una persona triste, angosciata e afflitta da problemi di ogni tipo,  e valutano i loro “docenti” in base a criteri fondati sulla competenza di questi ultimi in ambito medico e psichiatrico, proprio perché non riescono neppure a concepire l’esistenza di un counseling che abbia per oggetto la ricerca del benessere, non del malessere,  lo stile di vita e la qualità della vita delle persone (anzi, possiamo scommettere che i sostenitori del counseling tradizionale, anche in questo preciso momento, neppure sappiano capacitarsi di cosa significhi occuparsi di salute e benessere delle persone, se non cercando solo di combattere il male).

Più il docente vanta specializzazioni medico- psichiatriche, più conosce a fondo le patologie, più sa formulare diagnosi sul passato delle persone leggendo in esso con gli strumenti della psicoterapia e della psichiatria, più si occupa di malati, disabili, pazienti psicotici, di disturbi del comportamento alimentare, di tossicodipendenze e abusi o violenza a donne o minori, più esso è considerato persona competente e qualificata per insegnare counseling.  È sorprendente pensare come si possa davvero pretendere di costruire una nuova professione, al di fuori dell’ambito medico, psicologico e psicoterapeutico, quando ad insegnarla sono medici psicoterapeuti o psichiatri.  Ciò perché o il counseling si occupa, direttamente o indirettamente, di patologie, e allora è materia di competenza medica o che può essere esercitata soltanto sotto il controllo del medico, oppure ha altri scopi, ossia quelli di occuparsi del benessere e della qualità della vita delle persone, e allora la classe medica non ha alcuna autorità né competenza in materia.

È un po’ come se, potendo scegliere la guida che ci conduca all’interno di un parco in ambiente selvaggio e naturale, si pensi che la migliore sia un ingegnere esperto in decontaminazione da sostanze chimiche e radioattive, piuttosto che una guardia forestale, un esperto di geologia, di botanica, di ecologia ambientale.

In realtà, come sempre accade quando la classe medica pianta la sua bandiera nel terreno di conquista rappresentato da un certo tipo di attività professionale, il counseling rappresenta l’ennesima disciplina la cui utilità può essere ricondotta solo ed esclusivamente all’interesse della classe medica ad avere sotto di sé, alle proprie dipendenze e ai propri ordini, l’ennesima categoria professionale paramedica che svolga, sotto il suo controllo e la sua guida, tutti i compiti che essa ritiene poco dignitosi, poco interessanti e poco remunerativi, come quelli di prestare un primo ascolto e una prima accoglienza ai pazienti e filtrare in qualche modo l’accesso a cure psicoterapeutiche e psichiatriche.

 La soggezione al prestigio, all’autorità e agli ordini della classe medica è tipica di tutte le persone che, psicologicamente deboli, vorrebbero dedicarsi ad aiutare il prossimo ma non sono in grado di assumersi le responsabilità di ciò che fanno, e preferiscono quindi sottomettersi a direttive e competenze fornite da altri. 

In questo modo, non avendo imparato nulla dall’esperienza della classe degli psicologi, il counseling diventerebbe l’ennesima professione al servizio della classe medica, anziché configurarsi come professione autonoma e rivolta a scopi diversi da quelli della cura di patologie.  Già si osserva come tra le innumerevoli scuole di counseling spicchino quelle gestite da medici e che propongono il counseling come professione sanitaria, per la cura di patologie di ogni tipo, preferibilmente all’interno degli ospedali.

Il counseling psicobiologico vuole restare totalmente al di fuori dell’ambito medico, psicoterapeutico e psichiatrico, al di fuori dell’ambito sanitario, degli ospedali e degli studi medici e portare le persone a diventare consapevoli dell’esistenza di un ambiente naturale, di una vita più naturale, della necessità di orientarla alla ricerca della felicità e non alla ricerca di patologie  e disturbi nascosti nel corpo e nella mente.

Il counseling psicobiologico, come arte e scienza di sintesi rivolta alla consilienza, rappresenta quindi la necessaria evoluzione del counseling tradizionale,  nato in ambiente medico-psicoterapeutico ormai sessant’anni fa e che resta limitato alla definizione di alcune regole di approccio relazionale comunicativo, il quale non ha ragione di esistere se non per soddisfare il bisogno di tutti coloro che vorrebbero procurarsi in questo modo un titolo illusoriamente equivalente a quello di psicologo e poter operare all’interno della relazione d’aiuto (possibilmente in Ospedali o studi medici!) con una certa legittimità (la quale, a sua volta, si ricava ingannevolmente dal fatto di appartenere a qualche associazione di categoria priva di qualunque valore legale e dalla “protezione” della classe medica).

Il counseling psicobiologico, infatti, è il risultato di vent’anni di studio, di applicazione pratica, di esercizio professionale, di insegnamento, di ricerca e di dibattito tra coloro che intendono l’attività del consulente come rivolta, sulla base di un’analisi del presente, al futuro, e non sterilmente centrata sul passato del cliente, come nel counseling tradizionale. Il principio fondamentale della psicobiologia, secondo il quale gli esseri umani agiscono sulla base di imperativi psicobiologici universali, fa sì che l’analisi condotta sul passato della persona con tanto zelo e passione da psicologi, psicoterapeuti e counselor diventi fondamentalmente una pratica inutile, se non controproducente.

Il significato della relazione d’aiuto, secondo il counseling psicobiologico, infatti, dovrebbe essere quello di far emergere una consapevolezza nel presente di ciò che la persona è, tramite la distruzione delle sue false credenze che vengono dal passato, e l’impostazione, secondo un metodo preciso, di un programma che ha per oggetto l’armonizzazione dello stile di vita della persona con il suo ambiente.

Tutto ciò, a parole, viene talvolta proclamato anche dai counselor tradizionali, quando, messi alle strette, si rendono conto di non riuscire più, arrampicandosi sugli specchi, a giustificare l’autonomia della loro attività professionale rispetto a quella degli psicologi. Il fatto è che la presa in carico di una relazione nella quale il terapeuta assiste il cliente nella ricerca del significato del suo stile di vita in tutti i suoi aspetti, richiede conoscenze e competenze che il counseling tradizionale neppure conosce e non ha mai neppure preso in considerazione, tutto assorbito dall’entusiasmo per il malessere psichico e la possibilità di fornire conforto ad esso.

Se, infatti, si vuole costruire una direzione da dare al futuro nell’ottica della ricerca della felicità, personalizzata sulla base delle caratteristiche peculiari del singolo cliente, non è sufficiente ascoltarlo e consolarlo, magari formulando e applicandogli qualche etichetta diagnostica tratta dal DSM, ma è necessario saperlo guidare attraverso l’analisi di tutti gli aspetti fondamentali che costituiscono l’esistenza di una persona.

Questi aspetti riguardano la vita biologica, affettiva, emotiva, relazionale, sociale, sessuale, intellettuale, culturale e spirituale. Ciò significa che il consulente psicobiologico deve conoscere i principi e i contenuti fondamentali di tutte le scienze che ruotano intorno all’essere umano e non certo soltanto della psicologia, come avviene per il counseling tradizionale. Il suo interesse deve essere rivolto a comprendere quanto la genetica molecolare, la biochimica, l’alimentazione, l’attività fisica, mentale e spirituale influiscano sulla sua esistenza. È quindi necessario uno studio del comportamento umano che collochi il cliente all’interno di una dimensione effettivamente olistica, e non semplicemente integrata, che lo aiuti a comprendere il significato della sua esistenza attraverso gli strumenti forniti dalla filosofia, dalla storia, dall’antropologia, dalla sociologia, dalla psicologia, dalla biochimica e dall’etologia, dalla genetica e dall’evoluzionismo. Il compito è arduo e impegnativo.

Non per niente, la scuola di counseling psicobiologico è una scuola triennale i cui contenuti sono incomparabilmente di livello qualitativo e quantitativo superiore a quelli che si possono ricavare attraverso il superficiale studio costituito dalla partecipazione a conferenze sui vari temi della psicologia, così come si concepisce ancora oggi la formazione nel counseling tradizionale.

Se, quindi, i counselor tradizionali ritengono che la loro attività sia meritevole di una considerazione autonoma rispetto a quella  riservata alla categoria degli psicologi, occorre che essi ne illustrino chiaramente i contenuti, non limitandosi, come continuano a fare, a organizzare seminari, convegni, dibattiti, celebrazioni e a ricercare contiene riconoscimenti reciproci attraverso affiliazioni, associazioni a organizzazioni totalmente ininfluenti sotto ogni aspetto. Se, quindi, i counselor tradizionali pretendono di potersi occupare del cliente secondo una prospettiva, con un oggetto e scopi diversi da quelli dello psicologo, essi dovrebbero mostrare conoscenza e competenza circa tutti gli aspetti sopra elencati i quali, invece, a tutt’oggi, restano totalmente ignoti e considerati inutili da parte delle scuole di counseling tradizionale.

Due ultime considerazioni: il counseling tradizionale .è ancora gestito e guidato dalla classe medica e dai suoi utili idioti, ossia tutti quegli psicologi, psicoterapeuti e professionisti e dilettanti di ogni tipo che ritengono di porsi sotto l’ala protettrice della classe medica per gestire, sostanzialmente, la cura di patologie.

L’impostazione teorica del counseling tradizionale resta infatti quella di farsi guidare da psichiatri e psicoterapeuti e impostare la relazione d’aiuto sulla ricerca del male, diversamente qualificato come disturbo psichico lieve, alterazione del comportamento, disagio, malessere esistenziale, problematiche non patologiche di natura psicologica o psicosomatica, e così via. Il fatto che, in un estremo tentativo di auto legittimarsi, i counselor cerchino persino di escludere la competenza della psicologia in quest’ambito riferendosi al fatto che i filosofi, sociologi e assistenti sociali si siano sempre occupati di questi temi, significa, semmai, che questi stesse problematiche  dovrebbero  costituire l’oggetto di una specializzazione universitaria rivolta esclusivamente a queste categorie professionali, fornite di questi specifici titoli di studio.

In altre parole, il counseling tradizionale è la dimostrazione del tentativo, esclusivamente motivato da ragioni di marketing e commerciali, di costruire nuove categorie professionali, le quali, a partire dagli anni ’80, hanno proliferato nel mondo occidentale cercando ciascuna di riservarsi una nicchia di competenza, approfittando della disattenzione delle categorie professionali già esistenti e di un’esigenza diffusa da parte dei cittadini di una presa in  carico dei loro problemi che non fosse quella fredda e meccanicistica della medicina o quella della psicoterapia.

 Si consideri, infatti, che il counseling è nato come proposta di nuova categoria professionale solo pochissimi decenni fa, in concomitanza con il lancio sul mercato occidentale di tutti i sistemi di cura alternativi, preferibilmente di derivazione orientale, che ancora oggi costellano il mondo delle medicine alternative. A tutt’oggi, in questo caotico settore, .si contano oltre un migliaio di sistemi di cura e di discipline ciascuna delle quali vorrebbe legittimarsi come professione autonoma.

In realtà, se ci si vuole occupare davvero di disagio esistenziale o di problemi contingenti legati alla vita quotidiana delle persone, non si vede per quale motivo non si possa affidare questa competenza specifica a coloro che già svolgono una attività nella quale hanno dimostrato, tramite studi universitari ed esame di abilitazione, di avere una competenza complessiva che ricomprenda (o possa ricomprendere)  anche questa. Non c’è motivo, infatti, di costruire una nuova categoria professionale per svolgere una attività che gli psicologi hanno tutte le conoscenze e le competenze necessarie per esercitare. Quello che si sarebbe potuto proporre, ma che a quanto pare, forse, non era soddisfacente dal punto di vista economico, sarebbe stata la proposta di realizzazione di una scuola di specializzazione o di un master riservato agli psicologi. Ma, in questo modo, le scuole di counseling tradizionale si sarebbero tagliate le gambe da sole, perché non avrebbero potuto più erogare i loro costosissimi corsi alla grande massa di loro allievi. che non potevano vantare il possesso di un titolo di laurea in psicologia (la quasi totalità di essi).

Si tratta, come è evidente, del tentativo di un movimento New Age di accreditarsi non soltanto nei confronti della popolazione, ma del legislatore, sotto l’aspetto dell’esercizio di un’attività professionale che sia in qualche modo regolamentata dalla legge. Il problema è che, non riuscendo a uscire dalla banalità e della superficialità del pensiero New Age,  evidentemente magico e privo di un metodo scientifico, questi tentativi si scontrano di fronte alla richiesta  della comunità scientifica e di ogni legislatore di illustrare chiaramente in che cosa consista tale attività professionale, quali ne siano i contenuti, i limiti e gli scopi, e come essa si differenzi da quella che è svolta o potrebbe essere svolta dalle categorie professionali già esistenti.

Il tentativo è lo stesso messo in piedi dalla naturopatia commerciale e giustificato dal grande business che ruota intorno a questa inesistente professione. Così come non c’è alcun motivo di creare la figura del counseling per svolgere la stessa attività che già svolge lo psicologo (a condizione che questo sia formato anche secondo i principi e l’approccio del counseling) allo stesso modo non c’è alcun motivo di costruire la figura del naturopata per svolgere, in realtà, la stessa attività del medico, semplicemente sostituendo alla diagnosi clinica una diagnosi “energetica”, e ai farmaci rimedi naturali. Niente impedisce, infatti, che un medico, possibilmente tramite una scuola di specializzazione universitaria breve (non limitata a quelle esistenti in fitoterapia clinica), allarghi la propria conoscenza e competenza in ambito clinico e si aggiorni relativamente a quelli che sono gli strumenti di cura offerti dal mondo del “naturale”.

Esattamente allo stesso modo, niente impedisce che gli psicologi acquisiscano nuove, più ampie e approfondite competenze in materia di relazione d’aiuto attraverso un Master o una scuola di specializzazione ad essi riservata, che introduca all’interno del loro patrimonio di conoscenze e competenze professionali anche l’approccio del counseling.

Un’ultima considerazione riguarda quella che a molti sembra l’evidente motivazione fondamentale che sorregge i sostenitori dell’istituzione della figura del counseling tradizionale: il business. Anche solo sotto il profilo strettamente morale, ci è sempre sembrato poco corretto (per usare un eufemismo) istituire scuole totalmente private e prive di un metodo e piani di studio coerenti e condivisi, le quali ricalchino il più possibile la struttura di un corso di laurea, specialmente per quanto riguarda i costi, ma che hanno la stessa validità legale di una qualunque scuola privata.

 Quotidianamente la nostra associazione riceve le lamentele di sprovveduti allievi di alcune scuole di counseling i quali, in forza di una pubblicità illusoria e ingannevole, erano assolutamente convinti di svolgere una attività regolamentata dalla legge, di poter essere inseriti all’interno di un Albo professionale di diritto pubblico, e di poter esercitare la professione solo a condizione di conseguire un titolo legalmente valido presso determinate scuole, più “accreditate” di altre.  Non solo versando migliaia di euro solo per partecipare, sostanzialmente, a conferenze su diverse materie che ruotano intorno alla psicoterapia e a leggere alcuni libri di psicologia scritti un secolo fa, ma ritrovandosi, spesso, a scoprire di poter ottenere l’ambito quanto inutile titolo solo a condizione di sottoporsi a un percorso di analisi personale (che richiede l’esborso di altre migliaia di euro) fornito dai collaboratori delle stesse scuole. Non solo la pubblicità ingannevole, ma quella truffaldina, è presente in molte scuole che si pubblicizzano sul Web promettendo “un futuro sbocco professionale”.

Il costo di oltre € 2000 per ogni anno di frequenza a una scuola di counseling tradizionale ci sembra moralmente ingiustificato per il fatto che esso, a differenza di quello analogo richiesto a livello accademico, non abilita a nulla, non fornisce e non può neanche promettere crediti formativi né alcuna validità legale in futuro, e si risolve, quindi, in una formazione privata la quale, tuttavia, è chiaramente contestata da sempre, nel suo risvolto professionale, dall’ordine degli psicologi.

Che il counseling tradizionale non abbia ragione di esistere è dimostrato dal fatto che esso non trova neppure una sua definizione condivisa almeno nei principi fondamentali in nessuna parte del mondo. Il fatto che ne sia contestata l’esistenza e l’ambito di applicazione da parte degli ordini professionali degli psicologi è la dimostrazione che essa non è una disciplina con caratteristiche contenuti e scopi propri. Il fatto che nel mondo si moltiplichino le nuove professioni (counselor, counselor filosofico,  motivatori, mediatori, operatori olistici, attivatori, coach, mental trainer, ecc.) non significa che queste pseudo professioni vadano a colmare vuoti ed esigenze reali ed effettive, ma piuttosto che essi vadano incontro, commercialmente, a bisogni della popolazione che dovrebbero essere soddisfatti dall’attività professionale, aggiornata e ampliata, delle categorie professionali già esistenti.

Il business, tuttavia, è business,  e l’orgoglio ferito insieme alla perdita di autostima sono condizioni nelle quali nessuno a trovarsi. Questo è il motivo per cui, nonostante l’evidente  incapacità nel counseling tradizionale di configurarsi come professione avente dignità e autonomia, a fronte di quella evidente del counseling psicobiologico, tutti coloro che hanno speso migliaia di euro, di tempo e di aspettative nella speranza di costruirsi una professione degna di rispetto, non potranno mai prendere in considerazione l’idea di essersi illusi, o di essere stati illusi, da organizzazioni il cui unico intento era quello di vendere diplomi e nuove professioni, anche se prive di contenuti reali.

 In conclusione, la domanda fondamentale resta la seguente:  o il counseling costituisce semplicemente una modalità di approccio al cliente all’interno di una relazione d’aiuto fondata sui principi della psicologia e della comunicazione, e allora la competenza al suo esercizio spetterà agli psicologi che dovranno essere debitamente formati a questo scopo attraverso scuole di specializzazione universitaria ad essi riservate;  oppure, a partire da quell’originale approccio, esso si colloca al di fuori dell’ambito di competenza sanitario e psicologico,  come disciplina avente suoi precisi scopi, contenuti e ambito di competenza, e allora esso dovrà rivolgersi esclusivamente alla promozione della salute e benessere in una relazione complementare e sinergica con quella della classe medica e psicologica.

Solo il counseling psicobiologico si identifica in questa seconda alternativa, avendo costruito, sul piano teorico e pratico, il suo metodo, il suo codice deontologico, i suoi contenuti, i suoi limiti e i suoi scopi. Si tratta di un impegno portato avanti dall’Università popolare di scienze della salute psicologiche e sociali in questi ultimi vent’anni, osteggiato dagli interessi commerciali di scuole e personaggi che intendono difendere un passato indifendibile senza mai sottoporre a verifica il proprio operato e senza aver mai prodotto, al di là della promozione di eventi pubblicitari e propagandistici, un vero impianto teorico, metodologico e deontologico autonomo.

 Del resto, chiunque può verificare quale sia la complessità e la profondità dell’offerta formativa della Scuola Superiore di counseling psicobiologico (costituita, solo dal punto di vista della produzione bibliografica, per non parlare delle video lezioni,di oltre centocinquanta testi e manuali), mentre non potrà che stupirsi di fronte alla mancanza di un metodo, di principi condivisi, di strumenti e di tecniche che non siano quelle adottate in psicoterapia, da parte delle scuole di counseling tradizionale. Rispetto a queste ultime, tuttavia, potrà riscontrare come da decenni esse abbiano prodotto, anziché manuali di counseling, una infinità di proclami pubblicitari circa un sempre prossimo riconoscimento della professione, un sempre più importante convegno nel quale si celebra l’esistenza del counseling e nient’altro, o gli innumerevoli richiami a promesse, proposte, ipotesi di affiliazione e di riconoscimento reciproco tra associazioni, federazioni, e così via.

Se così non fosse, e le nostre affermazioni non fossero veritiere, gli sprovveduti counselor che finanziano scuole e associazioni con i loro corsi e le loro iscrizioni annuali (vita natural durante, per illudersi e illudere di far parte di un Albo riconosciuto dalla legge), non sarebbero  così dispersi e disintegrati tra centinaia di scuole, decine di federazioni e  associazioni di categoria, decine di indirizzi terapeutici diversi, e il loro counseling avrebbe prodotto qualche cosa di concreto, al di là della possibilità di effettuare un tirocinio gratuito in ospedale assistendo pazienti affetti da patologie e disturbi vari, sotto il controllo della classe medica.

Guido A. Morina

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