Counseling e spiritualità
Counseling e spiritualità

Counseling e spiritualità

“Dio nel cervello”: perché crediamo in ciò che non esiste.

Counseling e spiritualitàE’ relativamente facile definire le medicine alternative come tutte quelle che non fanno riferimento, sul piano teorico, epistemologico e metodologico, ai principi e alle regole scientifiche comunemente intese; che rifiutano, cioè, nella loro aderenza assoluta e dogmatica al loro impianto teorico e metodologico di base, di conformarsi ai criteri di validità, affidabilità e falsificabilità della ricerca scientifica (Popper, 1998); che prescindono dal rispetto delle regole che impongono una dimostrazione fondata sulla verifica empirica delle ipotesi (Pedon, Gnisci, 2004); che ignorano i principi di intersoggettività e di ripetibilità dell’esperimento (Bara, 2000). In particolare, messe a confronto con le diverse discipline in cui si articola la medicina scientifica, quelle alternative si caratterizzano tutte per il fatto di svolgere la loro attività diagnostica e terapeutica dando per scontata a priori la loro efficacia e non giustificandola a posteriori sulla base di dati e risultati clinici ripetibili e verificabili.

Il fondamento della maggior parte delle medicine alternative risiede nella certezza dogmatica dell’esistenza di un certo modo di concepire la realtà che non ha alcun valore scientifico, ma che affonda le sue radici e pretende di legittimare i propri risultati sulla base di miti, tradizioni, leggende e pratiche magiche.

Il metodo scientifico, al contrario, pretende che i suoi postulati siamo costantemente sperimentati sui banchi di prova dello scetticismo, degli esperimenti e delle affermazioni delle teorie rivali (Popper, 1998). Anche il semplice buon senso gioca un ruolo nell’identificazione della teoria che merita di essere studiata e approfondita, rispetto ai semplici voli di fantasia. Già nel 1320 Guglielmo di Occam affermava: “Non si devono postulare entità inutili”.

Come afferma efficacemente il biologo Edward O. Wilson: “La parsimonia è uno dei criteri di una buona teoria. Con teorie ridotte e sperimentate non ci serve più Febo in un carro che guidi il sole nel cielo, né driadi che popolino le foreste boreali. Questa pratica riduce la licenza di fare sogni New Age, lo ammetto, ma aiuta a capire bene il mondo”(Wilson, 1999, p.58).

Il fatto che ognuno di noi possa avere una sua personale visione del mondo che lo circonda è più che legittimo; quello che è assurdo è il fatto che questa visione venga imposta ad altri, o peggio, assurta al rango di dogma, essa venga utilizzata per trarne delle conseguenze sul piano pratico.

Il fatto è che se tutti hanno il diritto di credere in ciò che vogliono, per quanto assurdo e privo di fondamento, nei limiti delle proprie individuali convinzioni, il principio non può essere applicato nell’ambito della cura della salute, rispetto al quale è necessario adottare una serie di cautele. Queste richiedono, tra l’altro, che la diagnosi e la cura delle malattie debbano essere affidate solo ed esclusivamente a medici specificamente formati e che devono utilizzare solo metodi di cura per i quali esistano sufficienti prove di efficacia.

Eppure, i sostenitori delle medicine alternative amano ripetere che esse funzionano, e che non è necessario descriverne il funzionamento.

Sotto questo punto di vista, personalmente, non ho inteso ripercorrere la strada, peraltro egregiamente battuta, di quei medici e scienziati che hanno distrutto la fragile impalcatura delle medicine alternative utilizzando gli strumenti della logica scientifica[1]. Il loro errore, se mi è permesso dirlo, è che la logica, la razionalità, il buon senso, non servono a nulla contro il pensiero magico e infantile, contro la credulità e la superstizione.

Che le medicine alternative non abbiano ragione di esistere, è una considerazione persino ovvia se pensiamo soltanto al contributo nullo che hanno dato al progresso della medicina. Il problema è che a mio parere, non solo esse sono inutili, ma sono anche dannose.

Alla luce di queste considerazioni mi è sembrato necessario sgombrare fin dall’inizio il campo da ogni dubbio circa l’ efficacia delle medicine alternative e quindi procedere preliminarmente a verificare se alla luce dei fatti, così come risultano dall’esame della letteratura scientifica, sia possibile affermare che esse “funzionano” sul piano della cura delle malattie. È appunto ciò che ho esaminato e analizzato nel corso dei primi due capitoli, giungendo alla constatazione che le medicine alternative non funzionano, ma sembrano funzionare.

Naturalmente, il fatto che un certo fenomeno non sia spiegabile scientificamente non significa che esso non esista e che non meriti di essere indagato. In effetti, questo è proprio quello che fa la scienza. Semplicemente, ritengo che ciò che non possa provare scientificamente di essere misurabile e concretamente utilizzabile con gli strumenti a nostra disposizione deve restare nel campo delle ipotesi ed essere quindi oggetto di studio e di ricerca scientifica, non certo, come nel caso delle medicine alternative, di terapia.

La mancanza di dati ripetibili e verificabili circa le caratteristiche epistemologiche e ontologiche di un fenomeno non ha mai impedito che esso, se le circostanze lo permettevano, fosse utilizzato praticamente e scientificamente. Ma in questi casi la scienza, e anche il buon senso, richiedono che almeno sia possibile fornire la dimostrazione oggettiva e scientificamente controllata che questo fenomeno, pur restando inspiegabile, produca effettivamente i risultati ipotizzati. Già Newton, nell’enunciare la legge di gravitazione universale, aveva candidamente ammesso di non avere la minima idea di come funzionasse, ammettendo espressamente però la propria ignoranza (“Hypotesis non fingo”, cioè” non azzardo ipotesi”), e lasciando alla ricerca scientifica ulteriore il compito di fornirne una spiegazione (Fisher, 1997). Ancora oggi, in proposito, non è affatto chiaro per la stessa scienza in che cosa consista questa “energia gravitazionale” e le ipotesi sono ancora molte, compresa quella dell’esistenza di una nuova particella subatomica, solo ipotizzata anch’essa, ma già chiamata “gravitone”. Il che non impedisce che questo fenomeno sia oggetto di applicazioni pratiche di importanza fondamentale per la scienza e per la nostra vita quotidiana.

Il fatto è che, a differenza di quanto accade in medicina alternativa, dove pure manca la spiegazione del fenomeno, nel caso della legge di gravità, essa presenta sempre una fondamentale caratteristica che manca nelle medicine alternative: essa “funziona”. E non funziona solo in certe circostanze e, inspiegabilmente, non in altre. No, la legge di gravità funziona sempre. Possiamo osservare la stessa situazione nell’uso che ancora oggi, in casi estremi, viene fatto dell’elettroschock, ultima risorsa che la medicina utilizza per sedare le tendenze suicide di persone affette da gravissime forme di depressione. Nessuno, ad oggi, è riuscito a dare una spiegazione , in termini fisiologici, del motivo per cui esso funziona. Sta di fatto che, come ultima risorsa, l’elettroschock funziona.

E’ significativa l’ingenuità con cui un medico “omeopata” scriveva nel 1933 ”anche i raggi X agiscono e non se ne conosce la natura!” (Pace, 1933, p.35). Infatti. Né lui né settant’anni dopo, a situazione immutata, i suoi colleghi medici “omeopatici” odierni hanno il coraggio e la coerenza di chiedersi come mai, se entrambe queste tecniche si fondavano su principi inspiegabili scientificamente, uno, la radiografia, si è imposto senza alcun problema immediatamente e universalmente, mentre l’altro, l’omeopatia, non riesce a dimostrare nulla a distanza di duecento anni e viene utilizzato solo da una minima parte della popolazione, e per curare disturbi, e non malattie, come invece i suoi ideatori speravano facesse.

La nostra ipotesi di base si fonda sulla constatazione, suffragata da osservazioni e ricerche scientifiche, che la guarigione, la remissione dei sintomi, la condizione di ritrovato benessere e il recupero della salute a seguito di tali cure non sono da attribuire, se non in parte, alla cura stessa (nei termini dell’attivazione diretta di processi biochimici e fisici scientificamente osservabili e controllabili).

Piuttosto, questi effetti sono dovuti a fattori in parte sconosciuti alla scienza medica e in parte ben conosciuti alla moderna psicologia, come  placebo (Dobrilla, 2004; Moerman, 2004), suggestione(Dilts, Grinder, Bandler, Bandler, DeLozier, 1982); Peluffo, 1999; Zangrilli, 2001) capacità persuasiva del terapeuta (Asher, 1972; Skrabanek, McCormick, 2002; Watzlawick, Beavin, Jackson, 1971), capacità persuasiva di gruppo(Asch, 1958; Gulotta 1999) wishful thinking (Morlock, 1967; Spaltro, 2007), pensiero magico (Giusberti, Nori, 2000; Monaco, 2007)  persino la fede (Fusi 2006, Pavese, 2005).

Sembra cioè facilmente dimostrabile come all’origine della presunta efficacia delle medicine alternative possano esserci fattori come quelli citati,  riassumibili nel concetto di illusione cognitiva (Gulotta, Boi, 1997; Nicola, 2003; Taylor, 1991), accanto a esperienze e traumi che conducono a costruire schemi mentali disfunzionali (Bara, 2007; Goldberg, 2005; Newberg, d’Aquili, 2003; Veglia, 2003), la necessità di garantire una certa coerenza cognitiva (Festinger, 1942), il rifiuto ideologico del metodo scientifico (Format, 2003), fenomeni inconsci di difesa, di regressione e di rimozione (Gulotta, 2005; Scanavino, Blandino, 2004), euristiche ed errori sillogistici (Gulotta, Boi, 1997), errori nella metodologia della ricerca scientifica (Pedon-Gnisci, 2004) e molti altri ancora.

L’elemento comune a queste illusioni cognitive e a questi meccanismi di difesa è da ricercare nel bisogno ineludibile di alleviare la nostra sofferenza, fino al punto di abbandonare, in caso di necessità, anche i principi della logica e del metodo scientifico sui quali la nostra esistenza si era fondata fino a quel momento. In altri termini, se non possiamo cambiare la realtà dei fatti, possiamo almeno cambiare la nostra percezione di essi.

Tra le tante considerazioni a sostegno delle mie ipotesi, merita un cenno particolare quella che lega il sistema nervoso al “potenziale mistico” del cervello. Nel celeberrimo “Dio nel cervello”, i due neuroscienziati Newberg e d’Aquili (2003) sostengono che alcune prove suggeriscono la possibilità che i due sistemi eccitatorio e inibitorio, nei quali convenzionalmente la scienza separa il sistema nervoso autonomo, possono in talune circostanze operare in maniera diversa da quella antagonistica alternata. Da alcune prove risulterebbe che, quando sono spinti a livelli massimi di attività, i due sistemi possano funzionare contemporaneamente; in particolare sembra che possano funzionare così negli stati alterati di coscienza, i quali possono anche essere indotti da vari tipi di attività fisica prolungata (danza o corsa) o mentale intensa (concentrazione e meditazione). “A volte sono anche indotti da atti specifici di evidente natura religiosa, quali la meditazione o un rito solenne” (Newberg, d’Aquili, 2003, p.47).

All’origine dell’esigenza umana di indagare ed esplorare la realtà esterna c’è probabilmente l’ansia intollerabile che il cervello produce avvertendoci costantemente di stare in guardia. In una parola: la paura. Per questo motivo Newberg e d’Aquili hanno elaborato l’ipotesi dell’esistenza di un bisogno primario che è nato insieme alla nostra mente: l’imperativo cognitivo, il bisogno pressoché irresistibile, biologicamente fondato, di capire le cose attraverso l’analisi cognitiva della realtà ricercando tramite la conoscenza ogni possibile sistema di fuga o di lotta, anche e specialmente nei confronti del dolore e della malattia. Quando la causa della nostra paura resta inspiegabile, poiché il nostro sistema nervoso rifiuta il nulla della mancanza di spiegazione, esso stesso elabora una interpretazione illusoria della realtà, falsa, ma utile per spegnere la condizione di ansia che altrimenti sarebbe insopportabile.

Altri (Jhonson, 2003), sottolineano un altro aspetto del comportamento umano che ci caratterizza rispetto alle altre specie: il bisogno di cercare a tutti i costi un rimedio ad ogni nostro disagio o sofferenza. Anche in questo caso, l’imperativo spinge verso una soluzione, qualunque essa sia, anche una  illusoria e temporanea, quando non è possibile trovarne una efficace e definitiva.

C’è, naturalmente, un’altra strada, più dignitosa, più utile, ma che richiede coraggio, forza di volontà e determinazione. È quello che ci proponiamo di insegnare nelle nostre Scuole di formazione a coloro che si propongano come terapisti in relazione d’aiuto. Perché è l’aiuto quello che i clienti ci chiedono, non una spiegazione illusoria.

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