Counseling e terapia.
Counseling e terapia.

Counseling e terapia: facciamo chiarezza.

Counseling e terapiaEtimologicamente, il termine terapia si riferisce all’attività di colui che “ mette la propria persona al servizio di un altro”, oppure “offre i propri servigi”, e non ha quindi alcuna connotazione di cura nel senso moderno, tantomeno in quello medico del termine (Si veda in proposito l’analisi del suo significato in : “Perussia, 2003, Theatrum Psichotechnicum, Bollati Boringhieri).

Il terapeuta, in pratica, è colui che, forte di competenze, abilità o capacità non necessariamente certificate da alcuna autorità esterna, si mette a disposizione di coloro che richiedano i suoi servizi. Come si nota, l’accento è tutto sulla persona del terapeuta, e non sugli strumenti che utilizza nello svolgimento della sua attività, per cui l’eventuale uso di tecniche, di supporti esterni, di strumenti di cura non è elemento caratterizzante la sua opera professionale. Ma c’è di più: nel suo significato originario, a qualificare l’attività terapeutica non è lo scopo della medesima (per esempio, l’analisi o la risoluzione di un problema), né il tipo o le caratteristiche  della relazione che si instaura col cliente, ma solo l’atto e l’intenzione del terapeuta di mettersi a disposizione delle esigenze altrui. La terapia, in altre parole, è tale quando esiste una persona dotata di competenza non meglio identificata, ma esperta della vita, la quale, consapevole delle sue qualità umane e professionali, si pone in relazione con chi richiede i suoi servigi. Basta.  Non esiste alcun riferimento agli scopi della terapia: questa non deve essere necessariamente rivolta verso una meta, non deve avere necessariamente per oggetto una persona specifica o un obiettivo, non deve avere necessariamente un termine di scadenza, né può dirsi esaurita col compimento di qualsivoglia gesto, atto o rituale. La terapia è una terapia, cioè l’atto di mettere sé stessi a disposizione delle esigenze altrui, e basta. Se essa non ha uno scopo, una meta, un oggetto determinati o convenuti anticipatamente o convenzionalmente, allora la sua qualità e utilità non si misurano attraverso i risultati, i quali sono irrilevanti ai fini della terapia.

Una concezione siffatta si pone in aperta contrapposizione con quella di terapia che si è sviluppata nel mondo occidentale ad opera della medicina: tutti noi, almeno a una prima valutazione, non potremmo qualificare come terapia un atto compiuto da una persona senza che esso sia rivolto al raggiungimento di un ben definito e specifico risultato, consistente nel miglioramento della condizione di salute del “paziente”.  Anche là dove, come in psicoterapia, per esempio, la terapia non offra alcuna garanzia sui suoi risultati, né, spesso, possa dirsi rivolta al conseguimento di un preciso obiettivo o alla cura di una patologia specifica, anche qui, come dicevamo, si dà per scontato che chi si sottopone a una terapia, qualunque essa sia, lo faccia al fine di ottenere un risultato direttamente e consequenzialmente legato all’ effetto prodotto dall’attività terapeutica sulla sua condizione di salute.

In fondo, sempre a una prima, superficiale valutazione del significato del termine “terapia”, tutti noi considereremmo persino stupido il sottoporsi a una cura, dietro corrispettivo, e col disagio di una certa perdita del nostro tempo, se non in vista di un risultato sperato e, se non garantito, almeno perseguito precisamente, attivamente e direttamente dallo stesso terapeuta.

Il fatto è che tutti noi siamo in qualche modo vittime di una cultura della salute e di una visione della vita che si fonda su una concezione deterministica e funzionalista dell’esistenza. La capacità di prefigurarsi il futuro, di progettarlo e di mettere in atto tutte le nostre risorse in vista del raggiungimento di un obiettivo è una capacità tipicamente umana, che ha portato a un enorme progresso sul piano evolutivo. Ma se ci poniamo in un ‘ottica ontogenetica, più che filogenetica, osserviamo come la vita di ciascuno di noi non si esaurisce nell’apporto individuale alla costruzione di un progetto possibile solo attraverso la cooperazione, e costituito dall’impegno di ognuno a raggiungere una serie sequenziale di risultati, possibilmente tendenti alla costruzione e al mantenimento del bene comune.

Esiste anche, e lo sappiamo bene, un significato della vita che sta nella vita in sé, nel suo fluire guidato dalla nostra capacità di scelta, nel piacere di sentire e di godere dell’esistenza così come si presenta ai nostri sensi e alla nostra mente. Lo sappiamo bene, perché se è vero che tutti noi possiamo descrivere la nostra esistenza come una serie di ostacoli superati, di obiettivi a breve, medio e lungo termine, al tempo stesso siamo però consapevoli che il senso della vita non sta nel raggiungimento di un obiettivo ma nel vivere con piena consapevolezza il percorso che conduce ad esso, indipendentemente dal risultato. Se questo viene raggiunto, tanto meglio, perché si potrà ripartire verso un nuovo obiettivo, più ambizioso e importante. Ma se anche la nostra ricerca non è coronata da successo, quello che conta è la sincera, consapevole intenzione, supportata dalla messa in campo delle nostre migliori risorse, di tendere vero una certa meta che riteniamo essenziale per la nostra realizzazione.

La terapia, quindi, si definisce e si realizza pienamente nel semplice e solo fatto di mettere sé stessi al servizio di chi richiede il contributo della competenza del terapeuta ai fini della risoluzione di un problema. Nel suo significato più vero e profondo, la terapia non consiste in una serie di operazioni tecniche, magari codificate sotto forma di protocolli, procedure, regole di comportamento rivolte alla produzione di un determinato effetto preventivamente determinato. In altri termini, la terapia, nel significato originario del termine, che noi condividiamo,  non può, per sua natura, adeguarsi ai principi del causalismo e alle regole della metodologia scientifica per quanto riguarda la produzione di un effetto, proprio perché essa prescinde dalla realizzazione, ad opera del terapeuta, di una modificazione della situazione attuale.

In tema di salute, infatti, il paradigma culturale dominante nella società occidentale si fonda sull’analisi della realtà non fine a se stessa, ma principalmente finalizzata alla ricerca di attuali o potenziali minacce alla sopravvivenza, al benessere e agli interessi del genere umano o di parte di esso. La ricerca del male e degli ostacoli al nostro benessere si traduce in una classificazione dei medesimi. Questa nostra naturale tendenza classificatoria della realtà si concretizza, in tema di salute,  nella categorizzazione nosografica delle patologie, operata dalla medicina. Grazie ad essa, infatti, la scienza medica può intervenire sulla situazione, dopo che questa è stata analizzata e valutata dotata di caratteristiche almeno in parte conosciute e già classificate, per modificarla in senso positivo. Lo schema è elementare: se a, allora b. E cioè: data una situazione valutata come negativa per la salute, si ricerca la causa del male, la si localizza il più precisamente possibile (cercando, naturalmente, in un’ ottica causalista, di risalire alle cause il più possibile remote del male stesso), e poi si agisce su di esso per ripristinare una condizione di salute considerata ottimale.

In altre parole, non è concepibile la cura della salute, del benessere o delle malattie, se non attraverso un’ azione direttamente rivolta a rimuovere le cause dell’alterazione lamentata. Il terapeuta nel senso medico del termine (che non è quello da noi proposto) deve necessariamente intervenire tramite un’azione codificata, ripetibile e descrivibile oggettivamente, su una condizione umana altrettanto oggettivamente definibile. Non è sufficiente, per il medico, “mettere sé stesso a disposizione del paziente”. Egli deve agire sul paziente, o meglio sulla parte di esso che ha identificato come “malata”. Dal medico non ci si aspetta la comprensione del problema (nel senso fenomenologico del termine), e cioè una analisi empatica  per come esso è vissuto dal suo paziente. Tutt’altro. Il problema deve essere valutato per le sue caratteristiche oggettive, non certo soggettive, e la sua descrizione ha senso, nella terapia medica, solo come primo necessario passo per intervenire con la cura. La terapia, quindi, in senso medico, viene a coincidere con la cura di una alterazione dello stato di salute, condotta secondo regole, criteri e protocolli preventivamente determinati, sulla base delle evidenze cliniche e scientifiche in proposito[1].

Possiamo allora riassumere le caratteristiche distintive tra la terapia nel senso originario del termine, e che d’ora in poi chiameremo “consulenza” e la terapia in senso medico. E poiché è la medicina a dettar legge, anche in tema di lessico e terminologia, siamo costretti a cederle, di fonte alla sua prepotenza, lasciandole l’esclusiva dell’uso di questo termine.

La terapia intesa come consulenza, quindi, a differenza di quella medica, è centrata sulla persona del terapeuta e sulla sua analisi del problema, prescinde dall’uso di strumenti di cura, e non ha lo scopo di imporre, tramite la propria azione, una modificazione della situazione lamentata dal cliente.

La terapia in senso medico, invece, prescinde dalla persona del terapeuta (secondo il fondamentale principio scientifico della intersoggettività), si fonda su una diagnosi, cioè una analisi oggettiva del problema tradotta in etichetta diagnostica, e non può essere definita tale se alla diagnosi non segue una azione diretta alla modificazione dello stato di salute del paziente, preferibilmente con la sua collaborazione, ma non necessariamente con la sua partecipazione attiva e consapevole.

Nel primo caso lo strumento della terapia, intesa come consulenza, è la persona del terapeuta. Nel secondo caso lo strumento è l’insieme dei metodi diagnostici e di cura utilizzati per produrre il risultato atteso.

[1] Salvo nel caso di cure alternative in genere, come agopuntura e omeopatia, le quali, per volontà dei medici, possono essere praticate anche se prive di efficacia scientificamente documentata, purché a farlo sia un medico.

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