Counseling in Psicologia della salute: gestione della vita lavorativa e professionale
Counseling in Psicologia della salute: gestione della vita lavorativa e professionale

Già un secolo fa la psicologia adleriana considerava la cura della sfera lavorativa e professionale come una dei tre compiti vitali, insieme a quello della cura della vita affettiva e di quella sociale.

Il lavoro ha rappresentato, per la quasi totalità della storia dell’umanità, una condanna, oppure una necessità, ma mai uno strumento di crescita personale, di elevazione spirituale, di sviluppo e di progresso. Solo in secoli relativamente recenti, per coloro che non erano costretti a svolgere un certo tipo di lavoro spinti dal bisogno materiale, ma che avevano il privilegio o la possibilità di scegliere la propria occupazione principale, esso ha cominciato ad assumere una valenza culturale e sociale, fino a configurarsi, in fondo, come  l’attività che, non solo quantitativamente, costituisce la componente fondamentale della nostra esistenza.

Quando in psicobiologia si parla di lavoro, ci si riferisce a una attività che sia stata oggetto di scelta, o che comunque sia svolta con la consapevolezza del suo significato, sia per chi lo svolge, sia per coloro che beneficiano di esso, anche se siamo ben consapevoli che in questa accezione il lavoro è privilegio di una minoranza. Lasciando quindi a scelte politiche il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che impediscono a tutti di svolgere l’attività lavorativa che si riveli essere la più adatta alle caratteristiche di ciascuno,  passiamo a considerare il ruolo che il counseling in Psicologia della Salute svolge nell’informare circa  il significato del lavoro nella vita del singolo individuo. Innanzitutto, occorre distinguere tra coloro che debbano scegliere una attività lavorativa, in quanto giovani e alle prime esperienze, rispetto a coloro che, invece, non hanno la possibilità né la volontà di cambiare lavoro, ma vorrebbero farlo. La terza categoria, quella di coloro che svolgono con soddisfazione una attività lavorativa o professionale, è quella costituita da quelle persone che, per scelta e per impegno, oppure per pura fortuna, hanno la possibilità di esprimere al meglio le loro potenzialità, e hanno quindi l’obbligo morale di rendere la loro attività lavorativa la più utile  per se stessi e per gli altri. Ma non è di questa categoria che vogliamo occuparci in questo breve articolo, quanto piuttosto di coloro che devono scegliere una strada lavorativa per la prima volta, o di quelli che , avendola già intrapresa, ne sono delusi e cercano una alternativa.

Nel primo caso, compito del counselor è cercare di far comprendere quale sia il ruolo del lavoro nella vita del cliente, in base alla sua esperienza familiare e personale, alle sue attitudini, condizionamenti e bisogni. Non sempre la scelta di intraprendere l’attività che si sente più vicina alle proprie esigenze è quella giusta, o che si rivela tale a lungo termine. Molto spesso una attività che si riteneva affascinante assume i caratteri della ripetitività e della noia, o viceversa, anche perché il modo di intendere una certa attività cambia con l’età e l’esperienza. Una indicazione di carattere generale è quella che suggerisce di valutare con molta attenzione e introspezione quello che è il nucleo della personalità del cliente. Non importa quanto attualmente sia interessato a una certa materia o professione, quello che conta è capire se questo interesse corrisponde a un aspetto fondamentale e a valori radicati della sua personalità. In certi casi, a seconda delle caratteristiche della persona, un lavoro poco impegnativo, magari anche banale e ripetitivo, privo di stimoli in sé, può rivelarsi la scelta migliore per coloro che lo considerano solo uno strumento per permettere di dedicarsi nel tempo libero ai loro effettivi interessi. In altri casi, l’interesse per un certo tipo di attività o professione è talmente connaturato ai forti valori o alle aspettative di vita di una persona, che qualsiasi altra scelta sarebbe impossibile da mantenere a lungo.

Per coloro che vogliano cambiare vita, pensando di cambiare lavoro, occorre spiegare come, di solito, la vita non cambia perché abbiamo cambiato l’attività lavorativa, così come le stagioni non cambiano a seconda degli abiti che indossiamo. È la vita che sceglie che cosa fare di noi, e l’unico spazio di manovra che ci è consentito è quello di scegliere entro un ambito di possibilità spesso molto limitato.

Anche in questo caso il punto fondamentale su cui riflettere è la chiarezza relativa a ciò che si è, e non quella relativa a ciò che si vorrebbe fare. Spesso il rifiuto dell’attività che si sta svolgendo attualmente nasconde soltanto un disagio personale, familiare o relazionale che non ha nulla a che fare con le modalità e i contenuti dell’attività lavorativa. Con il rischio che, nel caso in cui si riesca a cambiare lavoro, ci si ritrovi nella stessa situazione di disagio. Altrettanto di frequente si osserva come non è tanto ciò che si fa, ma come lo si fa, a dare significato all’esistenza. Il lavoro più bello del mondo può rivelarsi un inferno se la sfera affettiva e relazionale non trova soddisfazione, mentre al contrario un lavoro duro, o banale, o privo di interessi in sé può essere l’occasione per svolgerlo con serenità, in un ambiente ricco di umanità o di altre risorse.

È evidente, in ogni caso, che l’attività che porta via la maggior parte del tempo della nostra vita (da svegli, perlomeno) debba essere oggetto di attenzione, di riflessione e di cura più di ogni altra. Invece, esso  viene ad essere svolto per caso, o per necessità, o per scelte di altri, o con superficialità,  pensando che uno valga l’altro.

La psicobiologia applicata al counseling ci insegna che non è mai troppo tardi per niente che valga la pena di fare: non è il risultato, ma il modo in cui lo perseguiamo che dà significato alla nostra vita. Troppo spesso il counselor si trova di fronte a persone che pensano di risolvere i loro problemi cambiando lavoro, ma che non hanno la minima intenzione di impegnarsi per realizzare questo risultato. Troppo difficile, troppo vecchi, troppo impegnativo, troppe incognite, troppi rischi, ogni scusa è buona per autocommiserarsi e per farsi commiserare. Anche quando il lavoro o l’ambiente in cui si svolge viene descritto come insopportabile, in realtà si tratta sempre di una scelta. Noi abbiamo sempre una possibilità di scelta come ci insegna la dottrina della scelta volontaristica. Se ci troviamo in una certa situazione (al di là, naturalmente, dei casi limite) è perché non abbiamo voluto scegliere l’alternativa, e se non l’abbiamo fatto, è perché nonostante tutto il cambiamento ci appare più difficile e problematico della stasi. Se davvero ci troviamo alle strette, se siamo costretti dalla necessità vitale di sopravvivenza, se ci ci siamo cacciati in un tunnel senza altre uscite, allora e solo allora il nostro istinto di sopravvivenza ci fornisce tutte le energie per affrontare la situazione cambiando. Ogni cambiamento è traumatico per la nostra natura psicobiologica: il modo in cui ci siamo evoluti ci ha portati a rinforzare le scelte che si sono dimostrate utili in senso adattivo, rifiutando di prendere in considerazione ogni alternativa. Per questo, se vogliamo cambiare, dobbiamo metterci nelle condizioni di farlo, costruendoci una prospettiva concreta di cambiamento nella quale l’obiettivo che ci poniamo non sia solo sperato, ma assolutamente vitale. In questo caso, e solo in questo, le nostre energie vengono concentrate sulla meta trascurando ogni altra, e se questa è realisticamente realizzabile, le probabilità di raggiungerla aumentano esponenzialmente. Inversamente, quando un certo obiettivo è soltanto sperato, ma non è supportato da un progetto concreto, studiato nei minimi particolari, e nel quale si sono riversate tutte le risorse che sono necessarie alla sua realizzazione, le probabilità che questo si realizzi scendono precipitosamente verso lo zero.

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