Counseling in Psicologia della salute: il ruolo della vita culturale, artistica e filosofica.
Counseling in Psicologia della salute: il ruolo della vita culturale, artistica e filosofica.

Contrariamente a quanto proclamato da coloro che godono del privilegio di essere direttamente in contatto con Dio, e ben diversamente da ciò che possiamo osservare nella vita di tutti i giorni, la maggior parte delle evidenze scientifiche conducono verso la considerazione che scopo della vita non sembra essere la sofferenza sopportata in vista della resurrezione, la celebrazione acritica di schemi di comportamento e di pensiero codificati nel passato, e neppure l’ostentazione di un finto amore verso il prossimo.

Fermo restando il fatto che, naturalmente, la comprensione del significato ultimo della vita non è accessibile a nessuno, si può però logicamente e scientificamente formulare qualche ipotesi piuttosto sensata, almeno per quanto riguarda il senso della nostra esistenza terrena in rapporto a ciò che conosciamo (e non a ciò che vorremmo che fosse). Sotto questo punto di vista, appare plausibile affermare che, forse, la nostra esistenza individuale possa avere un senso se tesa consapevolmente alla ricerca di un progresso di conoscenza dell’ambiente interno ed esterno, in modo da permetterci l’adattamento alle mutevoli condizioni di esso. Questo adattamento è a sua volta funzionale alla riduzione dello spazio di ignoranza che circonda tutta la nostra esistenza, ignoranza che, a sua volta, conduce alla paura verso tutto ciò che, essendo sconosciuto, possa anche solo potenzialmente costituire una minaccia alla nostra sopravvivenza.

La nostra naturale tendenza a conservare immutato ciò che ci fornisce sicurezza e protezione si scontra ineluttabilmente con l’inarrestabile avanzata dell’entropia, insensibile alle nostre esigenze, ma tesa soltanto a raggiungere uno stato di quiete assoluta in cui la vita non può avere spazio. Opporsi all’entropia è, forse, ragionando in termini di milioni di anni, un’impresa fallimentare e disperata, ma fare tutto il possibile per evitare che il disordine dell’universo prevalga portando con sé distruzione e morte, ci sembra un compito meritevole di attenzione, dal punto di vista di noi esseri umani. Contro il disordine, la distruzione della materia intesa come massa e la degradazione dell’energia, l’arma a nostra disposizione è la raccolta di tutte le nostre risorse per costruire, per creare, per correggere l’ambiente in cui viviamo nel senso dell’armonia, dell’equilibrio e della bellezza. A differenza dei primi due termini, il terzo, la bellezza, è rigorosamente collegato a una valutazione soggettiva, anche se, nel corso della storia umana, alcuni criteri, o “canoni”, possono essere considerati come universalmente condivisi. Il dato “oggettivo” dell’ordine e dell’equilibrio si sposa così, grazie alla natura umana, con quello squisitamente soggettivo della bellezza.

La storia dell’evoluzione della vita mostra in maniera inequivocabile come la tendenza di essa vada verso la ricerca di armonia e simmetria, e ciò, evidentemente, per rispondere in maniera adattiva alle richieste dell’ambiente, il quale, a quanto pare, sembra modificarsi continuamente, ma sempre nella stessa ottica della ricerca di un ordine (lo stesso ordine che è scopo ultimo dell’azione entropica, anche se da un punto di vista opposto al nostro). È il modo stesso in cui l’ambiente si presenta all’uomo, imponendogli le sue regole, che ci ha costretti a ricercare ordine ed equilibrio. La cura della bellezza è invece una conquista tutta nostra, ma che si fonda sulla necessità di adeguarci, come dicevamo, a leggi naturali imposteci dall’esterno. Tutto ciò che abbiamo costruito, a partire dalle risorse e dagli strumenti offertici dall’ambiente, non poteva non rispettare la natura stessa degli elementi a nostra disposizione: da farina, zucchero e uova è possibile “costruire” un dolce, e non certo un arrosto con patate. Per questo motivo le nostre prime costruzioni tecnologiche e le creazioni artistiche non potevano non rispecchiare l’ambiente che ci circondava, adattandolo alle nostre esigenze. E ancora oggi, non possiamo non agire nello stesso modo. La creatività umana, contrariamente a quanto sostengono le religioni occidentali, non ha nulla, assolutamente nulla di separato e autonomo rispetto alla natura da cui, secondo la teoria evoluzionistica e la psicobiologia, noi stessi proveniamo. Non c’è, in altre parole, uno spirito che caratterizza l’uomo e lo pone in una posizione separata dal resto della natura, e tutto ciò che ci caratterizza, dalla coscienza alla capacità di intervenire sull’ambiente, non è frutto di una qualche illuminazione o infusione di poteri di provenienza soprannaturale, ma risiede nella nostra storia biologica.

A questo punto possiamo cogliere con più chiarezza il significato del nostro incessante affannarci nella ricerca di conoscenza che caratterizza la nostra esistenza. Si osservi come il soddisfacimento dei nostri bisogni primari è stato reso possibile dalla conoscenza del nostro ambiente interno unita a quella delle caratteristiche di quello in cui ci trovavamo a vivere. E sempre tramite l’acquisizione di conoscenza abbiamo potuto evolvere da primitive forme di vita acquatiche a ciò che siamo oggi. La storia dell’uomo è la storia della dolorosa ricerca della sopravvivenza e della fuga dalla paura e dal dolore, e solo nelle situazioni in cui tale bisogno non richiedeva tutto il nostro impegno di risorse e di tempo, abbiamo potuto costruire lentamente il progresso verso condizioni di vita migliori.

Oggi che l’umanità si avvia verso la conquista dell’affrancamento dai bisogni primari di sopravvivenza (obiettivo visibile, ma ancora troppo lontano), la parte più fortunata di essa può dedicarsi a incrementare questa conoscenza, la quale, è bene tenerlo sempre presente, è funzionale ala fornitura di  sicurezza e conforto rispetto alla paura del dolore  e della morte. Non solo la scienza, ma anche la filosofia e l’arte, costituiscono gli esempi più importanti e più evidenti di questa nostra ricerca di conoscenza, e rendono conto della nostra affermazione iniziale, secondo cui è nelle diverse manifestazioni ed espressioni della conoscenza che è possibile cogliere il significato della nostra vita.

La filosofia, infatti, nel suo interrogarsi sulla natura delle cose là dove l’osservazione e la sperimentazione scientifica trovano il loro limite, non è altro che ricerca di conoscenza all’interno di quella parte della nostra vita della quale abbiamo solo consapevolezza dell’esistenza, ma che non siamo in grado di afferrare. Analogamente, l’arte rappresenta da sempre il tentativo di esprimere concretamente l’ineffabile complessità dei nostri stati interni, delle emozioni e dei sentimenti che l’osservazione della realtà provoca in noi, allo scopo di conoscere, e di far conoscere, quelle componenti reali, ma non osservabili direttamente, della nostra vita che restano oggetto di ricerca e manterranno sempre una componente di affascinante mistero, perché appartenenti alla nostra sfera unica e individuale.

Dietro tutto questo, effettuando un lavoro di sintesi e di ricerca di connessioni tra i diversi fenomeni che abbiamo descritto, si scorge, a nostro parere, il vero obiettivo di questa ossessiva tendenza a conoscere, ad osservare, a interpretare: il bisogno biologico, prima che specificamente umano, di riconoscerci come parti del tutto da cui tutto proviene. Ognuno di noi rappresenta un tassello di un disegno infinito, il quale, come ben hanno colto le filosofie orientali di ispirazione vedica, è sempre mutevole, ma richiede, per la sua stessa esistenza, la partecipazione di ogni sua componente, per quanto essa possa essere o sentirsi staccata dal tutto. Ci sembra piuttosto plausibile descrivere la nostra naturale propensione alla conoscenza e all’arte come il nostro tentativo di collegarci a ciò da cui proveniamo, utilizzando le armi a nostra disposizione: la capacità di “sintonizzarci” con il sistema più vasto cui apparteniamo, in una visione sistemica che non ha mai fine, tramite la cessione di una parte di noi (le idee, le espressioni artistiche elaborate, le scoperte acquisite) per poter a nostra volta “assorbire” il piacere che viene dal riconoscere un rispecchiamento, una sintonia, una condivisione che proviene da quell’ambiente esterno che ci fa così paura. Ecco che allora la storia della nostra evoluzione può essere letta come  l’insieme dei tentativi di vincere la paura di ciò che non riconosciamo, perché abbiamo subito una separazione dal tutto cui appartenevamo. Come il bambino che ricerca la protezione materna, la nostra componente psicobiologica ci porta a ricercare con ogni mezzo la protezione del tutto, di quell’unità rispetto alla quale sentiamo, nonostante tutto, di essere una componente essenziale.  Il sentire che ogni volta che acquisiamo una se pur minima conoscenza ulteriore della realtà, ci stiamo connettendo a una rete di conoscenze più vasta, e che ogni informazione che vada ad arricchire il nostro patrimonio culturale costituisce un passo verso il ritorno alla sicurezza dell’unità del tutto, è la molla che ci spinge a coltivare la filosofia, l’arte, la scienza.

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