Counseling professione riconosciuta
Counseling professione riconosciuta

COUNSELING PROFESSIONE RICONOSCIUTA
Università popolare UNIPSI- Opinioni- Scuole di Counseling e “riconoscimento”:
ancora pubblicità ingannevole.

counseling professione riconosciutaAncora una volta il comportamento interessato e irresponsabile di personaggi che ruotano intorno al mondo della didattica e della formazione non accademica e “alternativa” ci costringe  a intervenire per rispondere a pubblicità e proclami ingannevoli che danneggiano l’immagine, la dignità e l’attività professionale di organizzazioni serie come l’Università popolare di scienze della salute psicologiche e sociali. Alcuni allievi ci segnalano che, secondo alcune scuole di counseling, per esempio l’Istituto Gestalt di Bologna,  si dichiara come dato di fatto che il Counseling è una professione riconosciuta dalla legge italiana, citando la famigerata legge numero 4 del 14 gennaio 2013.

 Chiariamo, e ci auguriamo definitivamente per non essere costretti a denunciare alle autorità competenti simili ingannevoli affermazioni, che le leggi non riconoscono le professioni, ma al massimo le regolamentano. Il che non è per nulla la stessa cosa. Non esiste il semplice riconoscimento di una professione, ma soltanto la sua regolamentazione in base a una legge dello Stato che specificamente definisca quali siano le norme, i criteri, le procedure, attraverso le quali è possibile rilasciare titoli professionali.

Counseling professione riconosciutaDi riconoscimento si può parlare soltanto, nel diritto diplomatico, quando uno Stato ne riconosce un altro (si pensi al problema legato al riconoscimento dello Stato di Israele o di quello palestinese) ma non esiste in nessuna legislazione del mondo una norma che preveda che una professione possa essere legittimamente praticata a condizione che essa sia semplicemente “riconosciuta” dallo Stato.
Oltre tutto, in questo caso, non esiste neppure un riconoscimento diretto, esplicito e specifico della professione di counselor, la quale non viene neppure citata da questa legge, che si limita a demandare ad associazioni private la possibilità NON VINCOLANTE di definire i criteri che esse, e non lo Stato, riconoscono come utili ai fini dell’esercizio della professione.

È chiaro che ogni associazione  può stabilire con una propria, soggettiva e personalissima interpretazione, in che cosa consista la disciplina praticata dai suoi soci. Quindi, ogni associazione di Counseling potrà dare una sua definizione dei criteri, dei principi, dei contenuti e degli scopi del Counseling,  ognuna diversa da quella data da altre associazioni di Counseling, creando quindi un’enorme confusione in materia e rendendo totalmente inutile il riferimento all’esistenza di associazioni di categoria.

Questo perché il riconoscimento in ambito professionale non significa nulla, per cui tale formulazione si configura soltanto come un squallido stratagemma ingannevole per indurre gli sprovveduti allievi delle scuole di counseling a versare migliaia di euro nella pura e semplice illusione di poter acquisire un titolo legalmente valido. Non è così, e i responsabili di tali scuole lo sanno benissimo.

Nel caso della legge in questione, come è  evidente, scopi e contenuti di essa non sono rivolti alla regolamentazione dell’attività di counseling, ma alla concessione ad associazioni private del diritto di qualificare i propri soci come in possesso dei requisiti che le stesse associazioni, autoreferenzialmente, definiscono utili ai fini dello svolgimento di una certa attività professionale. Il tutto in maniera assolutamente non vincolante,  e senza che tale concessione significhi attribuzione di un qualche diritto o valore legale ai titoli rilasciati da scuole e associazioni. Perché tali norme e criteri siano vincolanti, infatti, occorre che sia promulgata una legge dello Stato che regolamenti specificamente la singola professione, come è avvenuto, per esempio, per quella di psicologo o per quelle sanitarie.

Tale regolamentazione, oltretutto, non può prevedere validamente di demandare a singole associazioni il compito di definire quale sia l’ambito di competenza di una professione. Perché si possa parlare di professione regolamentata da una legge dello Stato, occorre, tipicamente, che quest’ultima  preveda l’istituzione di una facoltà universitaria specifica e un percorso, un piano di studi, una serie di regole definite dal Ministero dell’Istruzione in forza delle quali si chiarisca in maniera inequivocabile quale sia l’ambito di competenza di tale professione e quali siano i requisiti che tali professionisti devono possedere.

Ciò significherebbe anche, però, che tutte le scuole di counseling dovrebbero uniformarsi ai programmi e ai piani di studio definiti da una ipotetica legge la quale stabilisca anche i requisiti che le scuole devono possedere per insegnare la materia, le modalità, i tempi, i modi dello svolgimento delle lezioni, per il superamento degli esami, per l’istituzione di Commissioni d’esame, nonché i requisiti che devono possedere i relativi docenti, i quali non possono essere, verosimilmente, personaggi privi di titoli accademici e forniti di titoli di fantasia (come il presidente dell’AssoCounseling, che si definisce “accreditato” dalla propria Associazione (sic!) come “trainer counselor integrato”). 

In ogni caso, resta un dato inequivocabile, e cioè che, per quanto si voglia credere all’esistenza di un “riconoscimento”, avente qualche valore legale, (credenza utile e adattiva per tutti gli sprovveduti che hanno pagato migliaia di euro per conseguire un diploma di counselor credendo che potesse avere valore legale e di titolo abilitante la professione),  la professione di counselor è legalmente, liberamente e legittimamente praticabile da chiunque, indipendentemente dal possesso di titoli di studio e di “riconoscimenti”. 

A conferma di ciò, si legga anche quanto specificamente indicato dal Ministero della Giustizia (http://www.giustizia.it/giustizia/it/mg_3_4_18.wp):

In via preliminare, preme chiarire che il procedimento per l’annotazione nell’ elenco delle associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate, di cui all’art. 26 del decreto legislativo 9 novembre 2007 n.206, non è finalizzato ad un riconoscimento o ad altra forma di regolamentazione di attività professionali non specificamente oggetto di previsione normativa. Il procedimento stesso, piuttosto, è unicamente rivolto alla individuazione degli enti associativi che, in possesso dei requisiti strumentali all’annotazione nell’elenco delle associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate, possono essere sentiti sulle proposte di piattaforme comuni di cui all’art.4 letto n) del medesimo decreto legislativo.
Come specificamente previsto nelle suddette previsioni normative, dunque, l’ambito di intervento delle associazioni in esame è limitato alla mera attività consultiva in sede di elaborazione di proposte in materia di piattaforme comuni quando la materia interessa attività professionali non regolamentate in Italia.

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