Counseling Psicobiologico e Counseling tradizionale – UNIPSI-Torino
Counseling Psicobiologico e Counseling tradizionale – UNIPSI-Torino

Counseling Psicobiologico e Counseling tradizionale

Counseling Psicobiologico e Counseling tradizionaleIl fatto che sempre più sentenze, l’ultima quella del tribunale di Milano (Sentenza 10289/2011 del Tribunale di Milano), dichiarino che l’attività di Counseling come insegnata dalle scuole tradizionali configura la fattispecie di reato di esercizio abusivo della professione di psicologo o di psicoterapeuta, dimostra come, al di là delle dichiarazioni di principio, il counseling tradizionale non riesca a uscire dall’attrazione dell’ambito biomedico e psicoterapeutico e si configuri, quindi, come una forma abbreviata di psicoterapia rivolta, fondamentalmente, alla cura di disturbi psichici, ancorché lievi, e, per di più, priva di principi, metodi, codici deontologici autonomi e coerenti.
Pubblicizzare e invogliare persone sprovvedute a iscriversi a corsi di Counseling che, in realtà, non possono offrire alcuno sbocco lavorativo legittimo se non si è psicologi abilitati, è sempre stato lo scopo puramente commerciale di quelle scuole e associazioni di categoria che si arricchiscono sulle spalle della parte più ingenua della popolazione.
Non è ottenendo a caro prezzo il titolo di counselor e la “protezione” di una associazione di categoria (anch’essa pagata a caro prezzo, oltretutto vita natural durante) che si può davvero sperare di esercitare una professione che, così com’è insegnata da queste scuole, è di competenza esclusiva degli psicologi. I personaggi che dirigono queste scuole lo sanno benissimo, così come sanno benissimo che ciò che li muove è solo ed esclusivamente l’interesse economico, non importa se soddisfatto ingannando il prossimo.
Per cui, anziché riconoscere che il Counseling è un approccio al cliente che, per essere legittimo, deve essere esercitato al di fuori dell’ambito di competenza della psicologia, così come è sempre stato fatto dalla Scuola Superiore di Counseling psicobiologico, esse continuano a proporre corsi che insegnano fondamentalmente la psicoterapia breve e la psicopatologia di competenza psicologica, camuffando il tutto tramite definizioni della loro attività generiche, di fantasia e fasulle e cercando in tutti i modi di ottenere un surrogato di riconoscimento legislativo, tra cui quello già fallito dell’inclusione nell’elenco di cui alla legge n° 4 del 2013.

Essere medici, psichiatri, psicoterapeuti, psicologi clinici come la quasi totalità dei responsabili e dei docenti delle scuole tradizionali di Counseling non significa sapere che cos’è il Counseling e tanto meno  avere le competenze e le conoscenze necessarie per insegnare, come la maggior parte di essi affermano, l’arte e la scienza della qualità della vita. La Scuola superiore di counseling psicobiologico rivendica il dato incontestabile di essere la prima e unica scuola ad avere fondato ed elaborato principi, metodo e codice deontologico del Counseling rivolto alla cura della salute (Health Counseling, o Counseling in Psicobiologia della salute)  di cui ora si vogliono appropriare, solo nelle intenzioni, le scuole di Counseling tradizionale, nel momento in cui si rendono conto che la loro attività è sostanzialmente quella di sostegno psicologico o di psicoterapia breve,  e non può essere esercitata, pena l’integrazione  della fattispecie   di un reato penale  a chi non sia psicologo abilitato.

La definizione di Counseling proposta da una delle tante associazioni che raggruppano le scuole di Counseling e si riconoscono autoreferenzialmente, mostra come le dichiarazioni di principio, e cioè il fatto che il Counseling sia rivolto al miglioramento della qualità della vita delle persone, stridono in maniera evidente con ciò che effettivamente viene insegnato da tali scuole. Esse infatti, prive di un impianto teorico, di un metodo e di un codice deontologico autonomi, sono costrette a limitarsi ad applicare principi, metodi, test, tecniche, provenienti dai diversi indirizzi della psicologia e della psicoterapia. Si consideri, tra l’altro, come la definizione dell’Assocounseling, per esempio, mostri un’ignoranza della terminologia scientifica che testimonia lo scarso livello culturale di coloro che propongono il counseling come illusorio sbocco lavorativo senza neppure sapere in che cosa esso consista.

“Il counseling professionale è un’attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione.

Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi,  fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento.

E’ un intervento che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Si rivolge al singolo, alle famiglie, a gruppi e istituzioni. Il counseling può essere erogato in vari ambiti, quali privato, sociale, scolastico, sanitario, aziendale.

(Definizione dell’attività di counseling approvata dall’Assemblea dei soci in data 2 aprile 2011)”

Sorvoliamo sul fatto che tale definizione risale al 2 aprile 2011 e cioè, circa 15 anni dopo quella, a cui sembra ispirarsi,  che da sempre contraddistingue il Counseling Psicobiologico e che ritroviamo nei testi, nei manuali, nelle dispense delle lezioni della Scuola Superiore di Counseling psicobiologico e dell’Università popolare di scienze della salute psicologiche e sociali fin dal 1996.  L’attività statutaria della nostra Università popolare è quella di una diffusione della conoscenza scientifica al maggior numero di persone possibili e non è quindi nostra intenzione rivendicare alcuna esclusiva in ordine all’impianto teorico e al sistema terapeutico che insegniamo.

Quello che non possiamo accettare, naturalmente, per rispetto per noi stessi e per il prossimo, è che ci si pubblicizzi offrendo di sé una certa immagine che non corrisponde alla realtà dei fatti: nessuna scuola di  counseling tradizionale  insegna la cura della qualità della vita,  e questa impostazione è stata elaborata in vent’anni di studio, di ricerca e di attività professionale dal Comitato scientifico dell’Università popolare di scienze della salute psicologiche e sociali, associazione culturale di ricerca che, a differenza delle scuole di counseling tradizionale, opera  in maniera completamente autonoma rispetto all’ambito sanitario e alla impostazione biomedica del counseling tradizionale e della psicoterapia.

Ma a parte questo, si osservi come l’intervento di counseling viene definito come quello che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Il problema è che la metodologia non è nient’altro che l’analisi e la riflessione sistematica sui metodi e le tecniche utilizzati in una disciplina. In estrema sintesi, una tecnica costituisce un insieme di strumenti per svolgere un’attività; il metodo è la capacità cognitiva e di elaborazione mediante la quale è possibile selezionare le tecniche, mentre la metodologia rappresenta l’impianto teorico di riferimento. Quello cui tale associazione voleva riferirsi era il metodo e non la metodologia, la quale non viene utilizzata, quanto elaborata.

È il metodo quello che viene utilizzato, a condizione che esso sia costruito in maniera sistematica, coerente e autonoma rispetto ad altri metodi cui può essersi ispirato. All’interno di questa Associazione, invece, operano altre associazioni, cioè scuole di counseling tradizionale, che insegnano senza metodologie, senza metodi e senza tecniche, ma ciascuna ispirandosi a vaghi concetti espressi da decine di medici, psichiatri, psicoterapeuti differenti e di differente impostazione, spesso in contraddizione tra loro, e che vengono assunti come Maestri teorici e di riferimento delle diverse scuole. Nulla che abbia a che fare con il preteso intervento volto al miglioramento della qualità della vita.

Anche perché si consideri che la qualità della vita implica conoscenze e competenze che le scuole di counseling tradizionale non possiedono e quindi non possono insegnare: cura della salute psicofisica, del corpo e dell’attività motoria e fisica, cura della mente, della creatività mentale e artistica, cura dell’alimentazione e della vita spirituale. In pratica, il concetto di cura in senso olistico è estraneo alla cultura psichiatrica e psicoterapeutica cui si ispirano le scuole di counseling tradizionale ed è insegnata soltanto dalla Scuola Superiore di counseling psicobiologico.

Di seguito, cercheremo sinteticamente di chiarire, specialmente a coloro che proclamano di essere depositari dell’ “arte del counseling” in che cosa esso consista secondo la visione biopsicosociale della Scuola Superiore di counseling psicobiologico.

Il Counseling è una attività non terapeutica, ma informativa e formativa, di consulenza centrata sul cliente e orientata al miglioramento della sua qualità di vita.

Nello specifico, il counseling psicobiologico presenta alcune sostanziali differenze rispetto al counseling tradizionale, che spesso, e tradendo in parte i suoi scopi, si configura piuttosto come una forma abbreviata di psicoterapia. In questo caso, infatti, il counseling tradizionale parte dall’assunto che il cliente viva una condizione disfunzionale di “anormalità”, che viene analizzata per ricavare una diagnosi coerente con le classificazioni usate in psicologia. Il counselor tradizionale quindi focalizza la propria attività terapeutica sul singolo problema o disturbo del cliente: in una parola, sui suoi aspetti negativi. Tale attività si sostanzia per la maggior parte in un lavoro di scavo nel passato e nei ricordi del cliente, allo scopo di far emergere ricordi di traumi ai quali ricondurre la condizione disfunzionale che questi vive nel presente. Scarsa attenzione è invece dedicata alla fase realmente terapeutica o di guarigione, intesa come produttiva di cambiamenti positivi nella vita della persona. In poche parole, si cerca di smantellare il problema indagando sulle sue cause, ma senza fornire al cliente gli strumenti per apportare cambiamenti costruttivi nella sua vita.

Il counseling psicobiologico, al contrario, pone al centro la persona, non il problema, proponendo una vera e propria “psicobiologia del benessere” come contrapposta a questa “psicologia del malessere”.  In questo quadro, lo specifico problema del cliente è certamente rilevante, ma solo in quanto fornisce lo spunto dal quale partire per giungere alla comprensione della persona nella sua interezza. Nell’ambito della relazione d’aiuto il counselor psicobiologico aiuta il cliente a portare alla luce della consapevolezza le proprie aspettative e  bisogni, nonché le sue qualità e risorse peculiari, costruendo insieme a lui un nuovo significato della sua vita.  L’attenzione così si sposta sugli aspetti positivi della persona, concentrandosi non tanto su ciò che è stata, ma su ciò che può essere in forza della sua unicità, in un’ottica tesa al miglioramento della sua qualità di vita. Ciò che è fondamentale, inoltre, è che ogni cambiamento viene sempre realizzato con la piena partecipazione attiva del cliente, in modo tale da consentirgli di acquisire, egli stesso, gli strumenti per apportare autonomamente i miglioramenti desiderati nella propria vita.

Con Counseling formativo, inoltre, si intende un’impostazione della terapia e della relazione d’aiuto basata su una prospettiva andragogica. Compito del counselor psicobiologico, infatti, è quello di formare il cliente, assistendolo in un percorso di ricostruzione del significato della propria vita ma senza mai sostituirsi ad esso. La relazione, in questo caso, non si esaurisce in un mero trasferimento di informazioni o nella somministrazione di prescrizioni da terapeuta a cliente, ma comporta la piena partecipazione attiva del cliente stesso, il quale apprende in prima persona le strategie per apportare i cambiamenti desiderati alla propria vita.

Il rapporto tra counselor psicobiologico e cliente si sviluppa quindi su un piano di parità, contrariamente a quanto avviene nella terapia o nel counseling tradizionale, dove il paziente è mantenuto in una condizione di sostanziale “inferiorità”. Questi infatti è fatto oggetto passivo di una diagnosi, alla formulazione della quale non prende parte, e successivamente diviene destinatario di una cura che è standardizzata e non formulata ad hoc in base alla sua realtà e alle sue esigenze. E non può che essere così, visto che il counseling tradizionale si ispira a impianti teorici, ipotesi, indirizzi psicoterapeutici che sono ancorati a una visione biomedica della malattia, e non della salute. Nel counseling psicobiologico, al contrario, non si parla di diagnosi, bensì di ipotesi, che il terapeuta formula ma sottopone sempre e comunque al vaglio del cliente per una discussione critica. La relazione si articola così come costruzione interattiva di significati condivisi.

L’approccio terapeutico di impostazione biomedica presta attenzione solamente alle alterazioni di quella che è considerata la condizione fisiologica di normalità della persona, in una prospettiva descrittiva e tassonomica. Il comportamento del paziente infatti viene analizzato al solo scopo di giungere ad una diagnosi, alla quale fa seguito l’applicazione di cure standardizzate per eliminare il suo problema. L’attenzione del terapeuta quindi si concentra esclusivamente sul particolare, prescindendo dal quadro globale della vita del paziente, il quale viene tenuto in considerazione solo in ragione dei suoi sintomi o disturbi. La terapia, di conseguenza, si sostanzia in una “riparazione”, una rimozione del male, senza che questa sia però seguita da una fase positiva e costruttiva. In sostanza, si rimuove il comportamento disfunzionale del paziente ma senza fornirgli sostegno circa la costruzione di un comportamento “funzionale”.

Il counseling psicobiologico, invece, parte dal riconoscimento della necessità di ciascuno di realizzare sé stesso secondo i propri bisogni, le proprie aspirazioni e motivazioni interiori, e si prende cura della persona nella sua interezza, non solo dei suoi problemi. Il counselor psicobiologico instaura col cliente una relazione basata sull’empatia e sulla condivisione, per comprendere il significato che egli attribuisce all’esistenza e costruire interattivamente un programma per migliorare la sua qualità di vita. In quest’ottica il singolo problema è solo lo spunto da cui prende l’avvio questo processo di costruzione di nuovi significati e la terapia è centrata sul cliente, non sul problema.

Un’altra differenza importante riguarda il modo in cui, nei due approcci, viene considerata e gestita l’unicità del paziente/cliente, anche con riferimento all’indagine sul suo vissuto personale.

Successivamente alla diagnosi, infatti, l’approccio terapeutico tradizionale dedica molto tempo ed energie alla ricerca, nel passato del paziente, dei vissuti traumatici che hanno portato l’insorgere del comportamento disfunzionale. In altre parole, dopo che al paziente è stata attribuita una “etichetta diagnostica”del tutto impersonale, la sua unicità viene indagata esclusivamente “al negativo”, focalizzandosi su ricordi ed esperienze che hanno prodotto il disturbo.

Nel counseling psicobiologico, al contrario, la storia individuale del cliente riveste relativamente poca importanza. Questo perché la psicobiologia, attraverso una sintesi tra i contributi delle scienze umane e naturali, offre un impianto teorico di riferimento che consente di spiegare il comportamento umano nella sua globalità, alla luce del passato non solo ontogenetico (riguardante lo sviluppo del singolo) ma anche filogenetico (riguardante i trascorsi evolutivi della specie). In particolare, risalendo nel passato filogenetico è possibile individuare schemi, modelli e modalità di organizzazione del pensiero comuni a tutta l’umanità, ai quali ricondurre i comportamenti individuali. In altri termini, ogni essere umano è considerato contemporaneamente unico e prevedibile: unico nella sua manifestazione esteriore, ma assimilabile al resto dell’umanità per quanto riguarda i bisogni, le motivazioni e le aspettative che stanno alla base. A partire dalla comprensione di queste caratteristiche universali è possibile, mediante confronto diretto, estrapolare quelle che il cliente possiede in misura diversa dagli altri e aiutarlo a sviluppare le sue qualità positive per migliorare la propria vita. L’unicità del cliente viene quindi indagata “al positivo”, focalizzandosi sulle sue qualità e risorse, piuttosto che sui suoi problemi.

Grazie a questa base teorica, inoltre, il counseling psicobiologico consente di affrontare con molta più efficienza, rispetto alla terapia tradizionale, la fase di ricerca delle cause del comportamento disfunzionale del cliente. L’esperienza di vita e il comportamento individuale vengono qui interpretati alla luce del portato evolutivo della specie, senza dilungarsi nello svisceramento dei ricordi, cosicché la terapia si può incentrare piuttosto su una fase propositiva di costruzione di nuovi significati della vita della persona.

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