Counseling psicobiologico ed empatia.
Counseling psicobiologico ed empatia.

Counseling psicobiologico ed empatia.

counseling-psicobiologico-ed-empatiaMentre il termine simpatia indica un “sentire con” e facilmente induce al sentimentalismo, “empatia” significa uno stato di identificazione fra personalità molto più profondo. L’empatia è il processo di base della terapia del counseling, e indica una fusione tra due personalità delle quali una, il terapeuta, deve essere in grado di mantenere contemporaneamente un atteggiamento distaccato che gli permetta di osservare, non solo dall’interno, ma come osservatore esterno, lo sviluppo della relazione terapeutica.

In ogni caso, questo processo resta una fusione, e implica un cambiamento tanto del cliente quanto del counselor, che Jung descrive come il contatto di due sostanze chimiche: se accade qualche reazione, entrambe vengono trasformate. Si tratta di una particolare qualità della relazione terapeutica che è propria del counseling, specialmente di quello ad indirizzo naturopatico, rivolto cioè alla trasformazione della personalità del cliente attraverso la modificazione dello stile di vita. Ma l’empatia è  anche una caratteristica fondamentale del colloquio che si snoda all’interno della terapia craniosacrale ad indirizzo transpersonale, e che pone questa tecnica “manuale” in una posizione originale rispetto alle tecniche manipolative di massaggio.

L’empatia è un fenomeno tipicamente umano, che nasce dalla necessità biologica ed evolutivamente premiante di riconoscere l’altro come simile a noi e di condividerne quindi i bisogni in modo da aiutarlo a soddisfarli, nella prospettiva di essere ricambiati al momento opportuno. Si tratta quindi di un fenomeno biologicamente determinato dalla nostra necessità di cooperazione a fini di difesa ma anche di realizzazione di progetti la cui complessità richiede la collaborazione di più forze. È chiaro che il processo di identificazione insito nel fenomeno dell’empatia implica in qualche modo una parziale perdita di forza nel momento in cui una persona, identificandosi con il problema dell’altro, assume almeno in parte anche il suo stato d’animo e l’energia delle risorse ad esso collegate. Ma se comprendere l’altro implica necessariamente abbandonarsi alla partecipazione e perdere una parte delle nostre difese, la ricompensa è però quella ambita da ogni terapeuta di riuscire, attraverso questo scambio reciproco, ad arricchire le risorse del cliente attraverso la acquisizione della consapevolezza del contributo di risorse, amorevole e privo di giudizio o di interesse, del terapeuta.

Se scopo del counseling è anche quello di far emergere i conflitti della personalità del cliente, è chiaro che ciò sarà possibile solo quando quest’ultimo sarà sicuro di poter abbandonare le sue difese e permettere al terapeuta di “leggergli” l’anima. Ma questo non è volutamente possibile se il cliente non legge, a sua volta, nel terapeuta, la volontà sincera e disinteressata di entrare in empatia con il cliente. Si tratta di vincere un bisogno fondamentale dell’uomo, che è quello che Adler, come vedremo, designa come “volontà di prestigio”.

Ogni essere umano ha la tendenza ad ingannare gli altri, perché il suo io lotta sempre per conquistare prestigio a loro spese. E l’inganno degli altri e l’inganno di sé stessi vanno a braccetto. Solo riconoscendo con onestà i propri limiti e le proprie risorse, affidandosi e abbandonandosi alla fiducia in sé stessi, il terapeuta potrà a sua volta consentire al cliente di accettare una posizione di inferiorità e di inadeguatezza, togliendo la maschera che ci costringe a nascondere la nostra paura dell’inferiorità svalutando l’altro o cercando di apparire diversi da ciò che si è, magari assumendo le sembianze di un Io ideale.

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