Counseling tradizionale
Counseling tradizionale


Perché il counseling tradizionale si oppone all’evidenza della sua inutilità.

Counseling tradizionaleLa recente sentenza del Tar del Lazio che, escludendo una associazione (sostanzialmente politica, più che professionale”)  dall’elenco delle associazioni di cui alla legge n°4 del 14 gennaio 2013, ha confermato per l’ennesima volta un dato che è sotto gli occhi di tutti coloro che studiano, lavorano e operano in questo ambiente con senso di responsabilità, ossia che il Counseling psicologico insegnato dalle centinaia di scuole di Counseling tradizionale sparse sul territorio italiano non è nient’altro che una forma di supporto psicologico nei confronti del disagio psichico camuffata sotto altro nome.

Counseling tradizionaleNon è da oggi, ma dal 1996, che l’Istituto di Counseling ad indirizzo psicobiologico ha elaborato un impianto teorico, un metodo e un completo percorso formativo di tipo professionale che concepisce il Counseling come consulenza e non come intervento operativo sulla salute psichica delle persone. In questo senso, il counseling psicobiologico è l’unica forma di consulenza realmente rivolta al miglioramento della qualità della vita delle persone, perché fornisce, attraverso il colloquio di Counseling, un vero e proprio programma relativo allo stile di vita che considera tutti gli aspetti di essa che, tramite le risorse del cliente, possono condurre a un miglioramento della sua qualità. L’ottica e l’orientamento è quello al benessere, prescindendo totalmente dall’intervento volto a sostenere le persone in situazioni problematiche, di difficoltà, di crisi, di “fasi di passaggio”.

In quest’ultima direzione, invece, clinica e allopatica di lotta al male, si muove tradizionalmente il Counseling psicologico, ancora legato a schemi obsoleti della psicopatologia e della psicoterapia della prima metà del secolo scorso. Esso comincia con molto ritardo a rendersi conto,  grazie all’attività di diffusione di conoscenza della nostra Associazione e di migliaia di nostri associati, e non soltanto in forza delle sempre più frequenti sentenze in favore della classe degli Psicologi e contro il Counseling, che quello che viene insegnato e praticato rischia sempre più di configurare il reato di abuso della professione psicologica.

Non è sufficiente, come Assocounseling e altre organizzazioni (il cui vero scopo è semplicemente quello di ottenere una qualche forma di riconoscimento che giustifichi l’esistenza di centinaia di scuole sostanzialmente inutili), proclamare l’orientamento del Counseling tradizionale come rivolto al miglioramento della qualità della vita, quando poi si viene smascherati in maniera imbarazzante perché non si è in grado di definire le premesse, l’impianto teorico, i contenuti, il metodo e gli scopi concreti e reali di questa attività. Il counseling tradizionale si tradisce in maniera evidente in tutte le sue manifestazioni e nelle espressioni che utilizza quando non deve dare di sé una immagine “asettica” ed estranea al mondo della medicina e della psicoterapia, per motivi di pura convenienza politica.

Il punto centrale che il Counseling tradizionale mostra di non comprendere, a causa della sua soggezione culturale e intellettuale al processo di medicalizzazione della società, è il seguente: a discriminare tra le attività di tipo sanitario e di sostegno psicologico, e quelle volte effettivamente al miglioramento della qualità della vita, indipendentemente dal luogo in cui queste attività si svolgano e dalle finalità proclamate, è l’intento e lo scopo concreto che con tale attività ci si prefigge.

Se lo scopo è quello di rimuovere o attenuare un qualsiasi tipo di sofferenza (comunque la si voglia definire), allora l’attività è centrata sulla lotta – con approccio allopatico – nei confronti del male. La terapia, in questo caso, non è centrata sul cliente, ma sul cliente a condizione che sia portatore di difficoltà, di situazioni problematiche, di crisi, ecc. Ma poiché tutti gli esseri umani, in diversa misura e in molti momenti della loro vita, se non in tutti, si trovano in questa condizione, il fatto di sottolineare come l’oggetto del counseling sia la persona in difficoltà, tradisce un atteggiamento rivolto alla cura di patologie e disturbi e non al miglioramento della qualità della vita.

Se lo scopo è quello di mettere la persona in condizione di migliorare autonomamente la qualità della propria vita attraverso una consulenza che chiarisca come realizzare all’interno della vita quotidiana del cliente lo spazio per prendersi cura di se stesso, allora l’approccio è estraneo all’ambito medico e sanitario e si rivolge solo ed esclusivamente allo sviluppo del bene, disinteressandosi (perché non di propria competenza e di proprio interesse professionale) del male e di tutto ciò che riguarda la cura che si oppone al male.

Tutte le volte che il Counseling tradizionale parla di intervento avente per oggetto condizioni di difficoltà, di crisi, di passaggio e cambiamento, non si accorge che sta delineando precisamente l’ambito e la direzione del suo intervento in un’ottica psicologica e psicoterapeutica, in cui è il male il destinatario dell’intervento, e non il bene. Perché, altrimenti, si esprimerebbe come un vero consulente del benessere si esprime, ossia riferendosi sempre alle qualità e alle risorse positive delle persone, e non alle loro difficoltà e ai loro problemi.

E’ così difficile comprendere che la consulenza volta al miglioramento della qualità della vita si pone necessariamente all’interno di un paradigma ben diverso da quello biomedico, nel quale i counselor tradizionali vorrebbero ricavarsi uno spazio (peraltro mai richiesto da nessuno)? Certo che è difficile, specialmente se il proprio intento è quello di ricavarsi uno sbocco professionale già occupato da altri, ma presentato come “differente”.

È necessario che il proprio atteggiamento passi da quello impostato su una visione della vita caratterizzata e contrassegnata da difficoltà e problemi sui quali intervenire, a un diverso paradigma nel quale (riservando alla competenza di categorie professionali appositamente formate e abilitate la cura degli aspetti negativi dell’esistenza) la vita è una continua e sorprendente occasione per godere con la massima intensità possibile di quello che ci offre. Aiutare le persone a risolvere la loro sofferenza, i loro problemi, le loro difficoltà non le pone minimamente in un’ottica di ricerca del benessere ma solo in quella di opposizione al male. La costruzione del bene attraverso il miglioramento della qualità della vita è un’attività positiva che richiede impegno e dedizione, nonché strumenti e strategie che sono totalmente estranei all’ambito della cura degli aspetti negativi di essa.

Non c’è traccia, all’interno dei proclami, dei programmi, dell’insegnamento proposto dalle scuole di Counseling tradizionale, di tutto ciò che riguarda, concretamente, gli aspetti positivi dell’esistenza. Tutto è centrato su diagnosi psicologiche di difficoltà e disagio psichico ed esistenziale (variamente e diversamente denominate) e su un intervento di sostegno psicologico legato a tali difficoltà.

Anche la dichiarata attività di aiuto nello sviluppo delle risorse del cliente non è diretta a renderlo più consapevole e capace di migliorare la qualità della sua vita, ma solo a risolvere più efficacemente i suoi problemi futuri.

Non c’è traccia, ripetiamo, di contenuti formativi centrali per chi dichiara di occuparsi di miglioramento della qualità della vita, quali la ricerca della salute e del benessere e  lo sviluppo di capacità che permettano di godere di ciò cui l’uomo è effettivamente destinato: a praticare, fruire e condividere l’arte, la filosofia, la scienza, le relazioni umane e sociali, la cura per il  benessere del corpo, della mente e dello spirito.

Il Counseling mostra di prendere in giro se stesso e il prossimo perché, a fronte di dichiarazioni di principio vaghe – e francamente ingenue e prive di significato concreto – relativamente alla volontà di occuparsi del bene, è totalmente inserito all’interno del paradigma biomedico di lotta alle malattie e alla sofferenza (la quale viene denominata in svariati modi, ma resta sempre una condizione di disagio psichico).

Tutta la sua attenzione e tutte le definizioni date dai counselor tradizionali non si riferiscono mai alle qualità positive della persona da ricercare e da sviluppare, al modo di aiutarla a realizzare concretamente se stessa attraverso il perseguimento di obiettivi positivi. Sempre e comunque l’accento è posto sulle difficoltà della persona, sulla sua sofferenza, sui suoi problemi, sui suoi disturbi, sul suo malessere, sul suo disagio. Come se il miglioramento della qualità della vita fosse una sorta di evento miracoloso che si produce semplicemente mettendo una persona in difficoltà nelle condizioni di poterla comprendere e gestire.

Non esiste all’interno dei programmi delle scuole di Counseling alcun riferimento al metodo e alle strategie per promuovere il bene nelle persone, ma solo quelle utili per aiutarle a risolvere i loro problemi e ridurre la loro sofferenza psichica.

I counselor tradizionali considerano un obiettivo politicamente e professionalmente importante quello di ottenere la possibilità di lavorare all’interno delle ASL: si veda, a titolo di esempio. “il Counseling nell’approccio all’abuso e alla dipendenza da alcol- ASL Piemonte, http://www.aslal.it/allegati/Il%20counseling%20nell’approccio%20all’abuso%20e%20dipendenza%20da%20alcol.pdf). Per esempio, in questo caso, non si comprende per quale motivo questo intervento dovrebbe essere svolto da un counselor anziché da uno psicologo abilitato e, specialmente, come si concilia l’affermazione dei counselor (a questo punto, evidentemente ingannevole) secondo la quale si agirebbe ai fini del miglioramento della qualità della vita delle persone, con il loro affiancamento, all’interno di strutture sanitarie, a medici e personale sanitario o parasanitario per occuparsi di patologie.

Ospedali, Asl, studi medici e di psicoterapeuti non sono i luoghi nei quali una persona che è alla ricerca del benessere si rivolge, ma quelli in cui si trovano coloro che si occupano, clinicamente, di curare patologie, siano esse lievi o meno, e che hanno bisogno, semmai, dell’aiuto competente di psicologi abilitati per fornire ai pazienti sostegno psicologico.

Lo stesso vale per il “servizio di Counseling per la prevenzione delle tossicodipendenze (“http://www.bussolasanita.it/schede.cfm?id=1586&Asl_di_Rieti_il_servizio_di_counseling_per_la_prevenzione_delle_tossicodipendenze). L’attività di prevenzione di malattie e disturbi, come sono qualificate le tossicodipendenze, è competenza del medico e del personale sanitario e parasanitario già esistente. Non è mai stata evidenziata alcuna esigenza di promuovere una nuova figura che operi in ambito sanitario a questo scopo, se non per motivi di favori e interessi politici o personali. Oppure si veda come il Counseling operi nella Asl 1 come “counseling nutrizionale per le famiglie di bambini obesi“. http://www.aslmi1.mi.it/it/documentazione/doc_view/1029-.html.

C’è poi la Scuola di counseling guidata da un medico, che espressamente prevede sbocchi lavorativi nella sanità, in ambito pediatrico e sempre in collaborazione, o meglio, alle dipendenze della classe medica, in ambito sanitario (http://counselling.it/categoria-prodotto/corsi-e-formazione/). Intendiamoci: nessuno impedisce che il counseling, comunque lo si voglia intendere, sia insegnato anche a professionisti e operatori sanitari, e niente esclude che esso possa essere utile per migliorare la qualità della relazione tra personale sanitario e pazienti. Ma è proprio questo, il punto: il Counseling, se è rivolto a migliorare la qualità della vita, deve trovare spazi al di fuori dell’ambito sanitario, e non a privilegiarli.

Lo stesso Presidente di Assocounseling, con la spocchia e la saccenza che lo contraddistingue, si tradisce clamorosamente nella sua stizzita risposta ad Altrapsicologia (http://tommasovalleri.com/linsostenibile-leggerezza-del-giornalista-dinchiesta-improvvisato/): “Basti pensare, ad esempio, a quei counselor impiegati nelle ASL che si occupano di supportare persone che hanno contratto il virus HIV. L’ambito di lavoro – la ASL – è certamente sanitario, ma la professione continua ad essere non sanitaria, in quanto continua ad essere un intervento di counseling”. (E’ interessante osservare come questo bizzarro personaggio mostri una straordinaria propensione a individuare e stigmatizzare sviste, errori di forma e imprecisioni altrui, mentre si dimostri scarsamente competente – per usare un eufemismo – in materia di conoscenza di contenuti e di scienze della salute e del benessere. Forse perché gli unici titoli che vanta sono quelli che gli ha attribuito l’Associazione di cui è Presidente?).
Possibile che non si comprenda come quello di cui parla questo personaggio è una attività di evidente sostegno psicologico e che le ASL non sono il luogo in cui si aiutano le persone a migliorare la qualità della vita, ma dove si curano persone malate? Certo, anche gli addetti alle pulizie e gli impiegati amministrativi delle Asl non svolgono attività di tipo sanitario, ma essi non forniscono sostegno psicologico a persone malate di HIV. E poi, quale deficit cognitivo o formativo caratterizza gli psicologi clinici abilitati, al punto da impedire loro di svolgere l’attività per cui sono stati formati, per fare spazio ai counselor? Qual’è la competenza del counselor che non è posseduta  dallo psicologo? E cosa mai impedisce che, se tale competenza autonoma esistesse, essa non possa essere oggetto di scuole o master di specializzazione riservati a coloro che già vantano una formazione regolamentata dalla legge, come gli psicologi?

La ricerca di un miglioramento della qualità della vita è un diritto di tutti, ma l’approccio e l’atteggiamento che lo concepisce soltanto se rapportato alla situazione di persone malate o comunque che stanno vivendo una situazione di difficoltà e malessere psichico ed esistenziale, in cura medica o psichiatrica o psicoterapeutica, all’interno di strutture sanitarie, colloca i counselor su un terreno sbagliato, su una base di partenza sbagliata. Non ci si può occupare del bene se si mostra a se stessi e agli altri di avere come unico punto di riferimento la lotta al male.

Concepire il bene come relativo del male, significa collocarsi nell’ottica biomedica, e non certo biopsicosociale, secondo la quale la vita è una malattia in sé che va continuamente curata, e tradisce un atteggiamento verso di essa per cui la salute e il benessere restano illusoriamente e ingannevolmente identificati con l’assenza di malattia, di problemi e di difficoltà.

Il Counseling Psicobiologico, lo ripetiamo, non è attratto dal male come il counseling tradizionale, al punto che non lo considera la base di partenza per un intervento “terapeutico”, non cerca di combatterlo, non lo coltiva prestandogli attenzione. Se davvero ci si vuole occupare del bene, non si può partire dall’analisi e dalla cura del male, anche perché questa è una competenza di altre categorie professionali.

Perché si possa rivendicare il diritto al riconoscimento e alla regolamentazione di una nuova professione, è evidente che sia necessario dimostrare in maniera inequivocabile l’esigenza di colmare una lacuna esistente nella società attraverso conoscenze e competenze differenti da quelle già utilizzate da altri professionisti. Ma, in questo caso, dato l’ambito nel quale i counselor pretendono di operare e i loro scopi di intervento tramite il sostegno psicologico, non si vede perché queste eventuali competenze non possano costituire una sorta di “specializzazione” riservata a categorie professionali che hanno alle spalle una formazione regolamentata dalla legge e ben superiore a quella dei counselor.

Se davvero una persona sentisse l’esigenza di rivolgersi a un professionista che l’aiuti a riconoscere e sviluppare le proprie risorse ai fini del miglioramento della qualità della vita, è evidente che si potrà rivolgere a molti professionisti in molti ambienti diversi (centri benessere, palestre, scuole e corsi che educhino a una maggiore conoscenza pratica dell’arte, della filosofia, della scienza, della cultura in generale), potrà cercare di migliorare la qualità della sua vita attraverso l’aiuto di un professionista che l’ aiuti a ritrovare la forma fisica, a svolgere una sana attività fisica, a guardare il mondo con occhi nuovi, a leggere, a studiare per tutta la vita, e così via. Ma gli unici luoghi nei quali nessuna persona di buon senso potrebbe inviare chi voglia effettivamente migliorare la qualità della propria vita e perseguire una condizione positiva di benessere sono gli ospedali e le ASL, o gli studi di psichiatri o psicoterapeuti con cui alcuni counselor si vantano di collaborare (tradendo ancora una volta le loro effettive intenzioni, che sono quelle di rivolgersi a persone che hanno bisogno di un sostegno psicologico).

Ci sono poi i counselor che ingenuamente inseriscono il counseling in ambito sanitario (si veda il counseling sanitario illustrato in : http://www.terapiapsicosomatica.com/2011/06/psicologo-o-counselor.html, o quelli che si qualificano orgogliosamente come “Counselor clinico” o Counselor “iscritta al “Movimento psicologi Indipendenti”, (http://www.ariannagarrone.it/Arianna%20Garrone.pdf). Tutti personaggi che si stupiscono del fatto che qualunque persona di buon senso, e non soltanto il Ministero di Giustizia o il Tar del Lazio, qualifichi la loro attività come di tipo clinico e sanitario.

Da ultimo, si consideri che da parte dei cittadini non esiste alcuna esigenza di rivolgersi a figure diverse dagli psicologi per quanto riguarda la presa in carico delle loro “difficoltà”, “problemi”, “stati di crisi” o definiti tramite gli innumerevoli e ingenui termini con i quali i counselor cercano di camuffare quello che è un sostegno psicologico al disagio psichico ed esistenziale. Che gli psicologi non sempre sappiano fare il loro mestiere, che non sempre sappiano trovare le soluzioni più adatte ai problemi dei loro pazienti, è un dato di fatto che peraltro vale per quanto riguardai grado di soddisfazione dei cittadini nei confronti dell’attività di qualunque attività professionale. Ma non si comprende perché i compiti che il counselor vorrebbero riservarsi non possono essere svolti meglio, e con maggiori garanzie per i cittadini, da professionisti per i quali la legge ha già previsto una precisa  regolamentazione dell’attività. Se davvero i counselor ritengono, ma non sono mai riusciti a dimostrarlo, di svolgere un’attività che è diversa da quella degli psicologi, questo non determina necessariamente la conseguenza che si debba costruire una nuova attività professionale dal nulla, specialmente se essa si fonda su conoscenze e competenze appartenenti ad altra categoria professionale. Molto più logico, efficiente ed efficace, sarebbe formare gli psicologi già esistenti (i quali sono già abbastanza numerosi) per acquisire queste ipotetiche nuove conoscenze e competenze (che i counselor, peraltro) non hanno ancora saputo distinguere esattamente da quelle di competenza psicologica.

Approfittiamo della pazienza del lettore per sottoporgli un’ultima considerazione. Chi scrive e i collaboratori della nostra associazione sono persone che espongono queste riflessioni per motivi di coscienza, non solo professionale, e perché si ritiene di poter contribuire in questo modo alla diffusione di una conoscenza consapevole in materia di salute e di benessere,  non perché si ritenga di essere portatori di verità e tantomeno perché si pensi di ricavare un qualche ritorno economico o di prestigio da essa. Ciò perché, per Regolamento interno della nostra associazione, tutti i collaboratori e docenti devono trovare la loro fonte di reddito esclusivamente all’interno della loro libera attività professionale, svolgendo a titolo volontario e gratuito la loro attività all’interno dell’associazione.

I sostenitori contro ogni evidenza contraria della autonomia e della esigenza di regolamentare una nuova figura professionale come quella del counselor tradizionale, ci sembrano invece perlopiù orientati a difendere un proprio interesse strettamente personale, di prestigio o economico. Il giorno che le nostre osservazioni e riflessioni saranno considerate inutili, ci ritireremo in buon ordine e, riconoscendo di non avere nulla di nuovo e di importante da dire in materia di salute e di benessere, continueremo a svolgere la nostra attività professionale di psicologi o di consulenti del benessere. Senza alcun problema.

Non ci sembra che la stessa strada possano prendere i sostenitori ad oltranza del Counseling che operano all’interno di associazioni di categoria,  il cui principale interesse non sembra quello di aiutare le persone a migliorare la qualità della loro vita, ma quello di essere in qualche modo “riconosciuti” come professionisti (liberi o alle dipendenze di un ASL). In altri termini, probabilmente l’accanimento e la spocchia con cui così tanti personaggi continuano a difendere la posizione indifendibile dei counselor tradizionali dipende principalmente dal fatto che in questo modo essi difendono interessi economici e la propria fittizia e precaria collocazione nel mondo lavorativo, ben consapevoli del fatto che una ipotetica impossibilità a continuare a svolgere l’attività di counselor o di promotori politici di questa professione li lascerebbe inesorabilmente disoccupati. Proprio per mancanza di quelle risorse che essi dichiarano di voler sviluppare nei loro clienti.

Guido A. Morina

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