Counseling validità scientifica
Counseling validità scientifica

ll problema della scientificità del counseling e della valutazione oggettiva dei suoi risultati.

Counseling validità scientificaEsiste una diffusissima confusione relativa al concetto di scienza e a quello di pensiero e metodo scientifico. Che la scienza propriamente intesa, quella hard, fondata su descrizioni matematiche della realtà e sul ragionamento ipotetico deduttivo sia solo uno dei modi di conoscere la realtà, è un dato assodato e universalmente accettato. Anzi, molti aspetti della realtà, quelli più importanti per la nostra vita psichica e affettiva, sono conoscibili soltanto rinunciando alla conoscenza nel senso scientifico di cui sopra, e lasciando invece che la realtà solleciti le nostre risposte emozionali e affettive. L’arte, per esempio, può essere descritta in termini matematici (un qualunque spartito musicale non è altro che un insieme di numeri legati da un ordine e da criteri e regole ben precise), ma può essere apprezzata solo abbandonandosi ad essa in una relazione puramente emozionale. Tutte le relazioni umane, naturalmente, sono significative solo se vissute sul piano irrazionale del nostro inconscio e dei nostri sentimenti, eppure possono in un secondo tempo essere contestualizzate e razionalizzate.

L’equivoco e la confusione cui abbiamo accennato si riferisce al fatto che l’uso del pensiero razionale e scientifico non è in contrasto con una conoscenza della realtà irrazionale ed emozionale, così come una esperienza vissuta solo sul piano emozionale e affettivo può essere descritta in termini scientifici, e persino strettamente matematici. In altre parole, il fatto che molte esperienze e molti fenomeni non siano misurabili scientificamente, non esclude che, al di là e indipendentemente dall’esperienza diretta di chi li ha vissuti, essi possano e debbano essere analizzati e interpretati anche secondo il metodo scientifico. Quest’ultimo, qui sta l’equivoco, non è incompatibile, in quanto metodo di organizzazione dei dati osservati, di analisi e di sintesi, con ciò che sfugge alla misurazione scientifica. Bisogna cioè intendersi sul fatto che quando si parla di approccio scientifico ad esperienze non misurabili scientificamente non si vuole adottare un atteggiamento riduzionistico, ma  affermare soltanto che la scienza non pretende di spiegare il fenomeno, ma solo di descriverlo in modo da poter essere valutato al di fuori del suo contesto e confrontato con altri.

Così, diecimila persone possono assistere a un concerto, per esempio, e ognuna di esse riportarne impressioni, emozioni, sensazioni, idee, ricordi o pensieri diversi. Nessuno pretende di analizzare scientificamente questa loro complessa esperienza psichica, e nessuno si sognerebbe mai di escludere la sua esistenza per il fatto che essa non è materialmente analizzabile. Più semplicemente, chi adotta il pensiero scientifico come strumento di valutazione della realtà, aggiunge (non sostituisce) all’esperienza emozionale la sua descrizione in termini scientifici. Solo in questo modo possiamo legittimamente affermare che Vasco Rossi ha più seguito di Gianna Nannini. Il metodo scientifico, quindi, è quello che permette di compiere valutazioni e generalizzazioni sul piano quantitativo, senza poter cogliere il piano dei qualia, ma potendo proporre di essi una classificazione. In pratica, per tornare all’esempio del concerto, lo scienziato psicosociale potrebbe essere interessato a valutare le conseguenze sul piano psicologico di questa esperienza.

A questo scopo, potrebbe intervistare i diecimila presenti e confrontare le loro risposte rispetto a una serie di indici e di parametri da lui arbitrariamente fissati. In questo modo egli non sta descrivendo la realtà, ma sta semplicemente descrivendo una modalità di descriverla, la quale riduca al minimo la soggettività qualitativa dell’esperienza a vantaggio della sua interpretazione in termini quantitativi  comprensibili a tutti. Egli potrà quindi verificare che, dei diecimila spettatori, una certa percentuale ha avuto un certo tipo di reazione emotiva, oppure, a livello individuale, rapportare l’esperienza dello specifico evento ad altre vissute dall’intervistato, e ricavarne una valutazione in termini relativi (“Mi è piaciuto di più questo concerto di quello dell’anno scorso”). Se non si adottasse il metodo scientifico, nessuna valutazione dell’evento avrebbe significato, perché non sarebbe possibile renderla comprensibile secondo criteri prefissati e condivisi.

Per fare un esempio più semplice: una qualunque votazione è espressione di una analisi, valutazione e processo decisionale di ogni singolo elettore. Se non si adottasse il metodo scientifico, si potrebbe teoricamente considerare come una votazione valida quella effettuata solo dalle persone che conosco, oppure quella che risulta da un’ impressione generale. Invece, grazie al metodo scientifico, se uno schieramento prevale sull’altro, ciò non avviene perché chi ha il potere di dichiarare la validità delle elezioni ha avuto l’impressione o è stato colpito favorevolmente da uno schieramento piuttosto che l’altro, ma solo grazie al conteggio matematico dei voti. Il che non esclude che dietro ogni voto ci sia un intero universo di idee, emozioni e opinioni.

Quindi, quando si contesta alle medicine alternative la loro inutilità, non si vuole affermare che solo quelle che dimostrano i loro effetti secondo il metodo scientifico hanno diritto di esistere. Tutt’altro. Si vuole solo intendere il fatto che  quelle che pretendono che i loro risultati siano valutati come scientificamente fondati, e confrontabili con altri, debbano essere valutate secondo gli stessi criteri e le stesse regole scientifiche. Nessuno contesta il fatto che la cura prestata da un guaritore, o da chiunque non segua, nel processo di cura, le regole scientifiche, non possa avere effetti positivi sulla salute. Proprio noi che lavoriamo su ciò che è immateriale in sommo grado e mai indagabile direttamente, come i processi psichici, non potremmo mai fare una affermazione di questo genere. Quello che affermiamo è soltanto che i risultati di una cura prestata al di fuori delle regole imposte dalla scienza non possono essere assunti come rappresentativi di un effetto applicabile anche in altre situazioni, fino a che possano  rispondere, ai fini della valutazione della loro efficacia, a regole certe, scientificamente determinate. In parole povere, come non è possibile attribuire la vittoria di uno schieramento politico alle elezioni solo sulla base dell’impressione di qualcuno, così non è possibile affermare che una certa cura sia stata efficace solo per il fatto che questa sia l’impressione del cliente stesso. Occorre infatti valutare quali altri fattori abbiano influito su di essa, e in che misura, quale sia l’influenza di cure precedenti, di condizioni contingenti ambientali o soggettive, e così via.

In particolare, quando sosteniamo che le medicine alternative sono inutili, vogliamo sostenere il fatto che, in mancanza di riscontri scientifici, è molto più probabile che l’effetto positivo della cura, che nessuno contesta, sia dovuto alla persona del terapeuta, anziché all’inesistente potere terapeutico di alcune gocce d’acqua, e che la relazione empatica venutasi a creare tramite la terapia abbia attivato processi di autoguarigione che non hanno nulla a che fare con il rimedio somministrato. E se così fosse, come noi riteniamo, ci chiediamo per quale motivo si debba appesantire la cura con strumenti inutili e non piuttosto sviluppare le capacità empatiche, di comprensione e di gestione della relazione umana del terapeuta.

Il pensiero scientifico, quindi, è un pensiero fondato sul dubbio e non sulla fede: lo scienziato non nega che un certo rimedio possa  aver prodotto un certo effetto, ma non azzarda ipotesi sulla causa della guarigione: al limite, può solo valutare le possibili cause indagabili e attribuire ad esse una diversa percentuale di probabilità di essere concausa dell’effetto. Il terapeuta alternativo, invece, non ha dubbi: l’effetto è prodotto dal rimedio che ha utilizzato, ma quando l’effetto non si produce non è in grado di fornire una spiegazione. Perché è così certo degli effetti favorevoli, e non indaga su quelli sfavorevoli?

Questa è la contestazione principale che la scienza muove alle discipline alternative.

Si rifletta sul fatto che, alla luce di queste considerazioni, il counselor non può affermare che esista una relazione diretta, consequenziale e univoca tra la cura da lui prestata e l’effetto prodottosi. Egli può solo essere un terapeuta: offrire cioè sé stesso, le proprie capacità al servizio del cliente, ma non può dimostrare scientificamente che la guarigione o il miglioramento dello stato di salute del cliente sia dovuto a una qualche specifica sua azione, frase o comportamento. Ciò non significa che il counseling non abbia un fondamento scientifico: il counselor potrà infatti utilizzare tecniche, esperienze, nozioni che siano state oggetto di sperimentazione scientifica. Inoltre egli, adottando il pensiero e il metodo scientifico, può riscontrare scientificamente la quantità di effetti positivi sul totale degli effetti ottenuti e cercare di individuare delle costanti nell’ambito della relazione causa/effetto, ma senza attribuirsene il merito o la responsabilità esclusiva, come invece fanno i terapeuti alternativi. Se non può offrire misurazioni e dimostrazioni scientifiche del lato qualitativo di un fenomeno, può però offrire precise garanzie scientifiche per quanto riguarda i suoi aspetti quantitativi. L’approccio alla relazione d’aiuto fondata sul metodo scientifico prevede quindi il rispetto di regole e principi che impediscono la generalizzazione dei singoli risultati: non si tratta di descrivere il fenomeno osservato in termini matematici, perché il fenomeno non è misurabile. È però possibile applicare il metodo scientifico a ciò che nella terapia più interessa, e cioè alla determinazione del rapporto causa effetto tra cura ed effetto riscontrato, e quindi alla interpretazione dei risultati.

In conclusione, il metodo scientifico è una modalità di descrizione e di interpretazione della realtà, applicabile anche a fenomeni che non sono misurabili scientificamente. In ambito terapeutico, il problema della necessità dell’adozione del metodo scientifico si pone specialmente a livello dell’interpretazione dei risultati. Se affermo che la pressione arteriosa di una persona è calata successivamente all’assunzione di un certo rimedio, sto facendo una semplice constatazione; se affermo che questo effetto ha come causa unica o principale l’assunzione del rimedio sto compiendo una evidente violazione del metodo scientifico. Se invece, a seguito di una sperimentazione controllata, posso dimostrare che, salva una precisa e limitata probabilità di errore, l’effetto ottenuto a seguito della somministrazione di una terapia è dovuto alla presenza del rimedio all’interno del processo terapeutico, sto offrendo una dimostrazione scientifica di un fenomeno, anche se non so spiegare esattamente le modalità con cui esso si produce.

Nel counseling, poi, il problema di giustificare e descrivere le componenti del rapporto di causalità non si pone neppure, per precisa e chiara modalità di impostazione della terapia: chi si rivolge al counseling sa che non può pretendere un risultato preciso, nel senso della remissione di sintomi o di modificazioni nel metabolismo o del comportamento. Il counseling non è una terapia né medica né psicologica: è una forma di consulenza nella quale il fulcro è rappresentato dalla qualità del processo che si instaura e non dal risultato, che nessuno può conoscere a priori.

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