Definizione di Counseling: che cos’è il Counseling?
Definizione di Counseling: che cos’è il Counseling?

Definizione di Counseling: che cos’è il Counseling?

L’insostenibile saccenza di Assocounseling

definizione di counselingSul sito di Assocounseling è riportata la seguente definizione di Counseling:
“Il counseling professionale è un’attività il cui obiettivo è il miglioramento della qualità di vita del cliente, sostenendo i suoi punti di forza e le sue capacità di autodeterminazione.

Il counseling offre uno spazio di ascolto e di riflessione, nel quale esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento.

E’ un intervento che utilizza varie metodologie mutuate da diversi orientamenti teorici. Si rivolge al singolo, alle famiglie, a gruppi e istituzioni. Il counseling può essere erogato in vari ambiti, quali privato, sociale, scolastico, sanitario, aziendale”.

(Definizione dell’attività di counseling approvata dall’Assemblea dei soci in data 2 aprile 2011).

definizione di counseling

Il counseling psicobiologico spiegato dal dr. Guido A. Morina

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Sotto il profilo della analisi logica-proposizionale, questa definizione è sostanzialmente priva di significato, nel senso che può essere applicata a qualunque contesto. Inoltre, non corrisponde al modo in cui il Counseling è concepito nel mondo e alla modalità con cui esso viene insegnato, anche in Italia, dalle scuole di Counseling.

Da ultimo, si consideri che tale definizione è emersa nel 2011, ossia circa 15 anni dopo la definizione di Counseling data dalla Scuola superiore di Counseling ad indirizzo psicobiologico (e contenuta nel relativo Codice deontologico) alla quale essa appare ispirata in maniera imbarazzante, ma solo nella forma, perché caratteristica di questa definizione di Assocounseling è appunto la mancanza di sostanza.

(Incidentalmente, si osservi che gli autori di questa definizione, certamente abilissimi sotto il profilo della gestione “politica” di una attività professionale, mostrano di non conoscere le basi del metodo scientifico, dal momento che parlano di “metodologie” (quali?) intendendo in realtà “metodi”).

Si esordisce definendo il Counseling come una “attività”. In che cosa essa consista (educazione, formazione, intervento clinico, colloquio, pratica manipolativa, consulenza, intervento chirurgico, tutte attività che si rivolgono al miglioramento della qualità della vita) non è dato sapere, ma gli autori sembrano seriamente intenzionati a puntare l’accento sul suo obiettivo, il quale sarebbe il ” miglioramento della qualità della vita del cliente”. Quasi tutte le attività umane sono o vorrebbero essere rivolte al miglioramento della qualità della vita delle persone, di se stessi e del prossimo. Tra le attività professionali, non si può escludere che anche l’attività del ristoratore, dell’insegnante di ginnastica, del maestro di sci, dell’ottico, della badante o della escort, sia rivolta al miglioramento della vita dei loro clienti.

Questa generica attività, in realtà, è insegnata dalle scuole di counseling tradizionale come attività sostanzialmente di tipo clinico (lo studio della psicopatologia è centrale, e si vanta di insegnarla anche il suo Presidente, peraltro privo di titoli e competenze che non siano quelli che gli ha attribuito l’Associazione di cui è appunto Presidente) che opererebbe anche in ambito strettamente sanitario, in affiancamento (o meglio, alle dipendenze di) medici.

Ma il Counseling, almeno secondo Assocounseling, sostiene i punti di forza e le capacità di autodeterminazione del cliente. Si tratta dei banalissimi luoghi comuni ereditati dalle prime enunciazioni di Rogers più di settant’anni fa. Rogers, tuttavia, come i “counselor storici” cui anche Assocounseling fa riferimento, erano dei clinici che operavano in ambito clinico e Rogers stesso si occupava con orgoglio di schizofrenia, e non solo di persone “sane”.

Ma, in ogni caso, sostenere i punti di forza e la capacità di autodeterminazione delle persone è, ancora una volta, attività svolta da quasi tutte le professioni esistenti al mondo, a cominciare da quella dell’insegnamento scolastico. Il problema è come fare a sostenere i punti di forza e le capacità di autodeterminazione dell’individuo e a quale scopo. Se queste qualità sono legate alla sua fisiologia, esse richiedono una diagnosi, una valutazione e un trattamento di tipo medico. Se invece, separando mente e corpo, si ritiene che esse appartengano alla sfera psichica delle persone, esse rischiano di richiedere un intervento diagnostico e una valutazione di tipo psicologico.

Gli ideatori di questa definizione non sembrano prendere in considerazione il fatto che l’attività di miglioramento della qualità della vita attraverso il sostegno dei punti di forza e delle capacità di autodeterminazione dell’individuo è compito già precisamente e dettagliatamente illustrato nell’articolo 3 del Codice deontologico degli psicologi che recita: “Lo psicologo considera suo dovere accrescere le conoscenze sul comportamento umano ed utilizzarle per promuovere il benessere psicologico dell’individuo, del gruppo e della comunità. In ogni ambito professionale opera per migliorare la capacità delle persone di comprendere se stessi e gli altri e di comportarsi in maniera consapevole, congrua ed efficace“. Questo obiettivo, di competenza psicologica, coincidente con quello del miglioramento della qualità della vita delle persone, si ottiene necessariamente proprio attraverso il sostegno dei punti di forza e della capacità di autodeterminazione dell’individuo, fornendo uno spazio di ascolto e di riflessione, e agendo su conoscenza e consapevolezza, a differenza di quanto può avvenire in ambito medico psichiatrico, nel quale gli psicofarmaci possono e devono produrre effetti di miglioramento della qualità della vita della persona senza agire necessariamente sui suoi punti di forza, la sua capacità di autodeterminazione, la sua consapevolezza.

Lo “spazio di ascolto e di riflessione” offerto dal Counseling è un’attività pienamente legittima (peraltro prestata anche, oltre che dagli psicologi, dai sacerdoti e da molte altre categorie professionali) ma non presenta alcuna caratteristica che le permetta di differenziarsi da quello stesso spazio che viene offerto dagli psicologi. Il fatto è che “esplorare difficoltà relative a processi evolutivi, fasi di transizione e stati di crisi e rinforzare capacità di scelta o di cambiamento”, al di là di considerazioni circa l’eleganza poetica di tali espressioni, è attività che rimanda a competenze professionali tipicamente psicologiche. È lo psicologo, notoriamente e in qualsiasi parte del mondo, che si occupa di questi aspetti della vita della persona.

Le difficoltà relative a processi evolutivi non sono nient’altro che i problemi legati allo sviluppo della persona che è oggetto di studio e di pratica professionale da parte della psicologia dello sviluppo o della psicologia evoluzionistica; l’esplorazione di difficoltà relative a fasi di transizione (espressione straordinariamente generica) non può che concretizzarsi nell’analizzare il disagio psichico di chi vive processi di cambiamento che non è in grado di affrontare o, appunto, “stati di crisi“, ossia proprio quelle situazioni di cui si occupa da sempre lo psicologo.

È il lavoro dello psicologo quello di aiutare le persone in tali situazioni di crisi ad affrontarle rinforzando la loro capacità di scelta e di cambiamento, capacità che può essere rinforzata solo attraverso una attività di evidente competenza psicologica che agisca sui processi psichici, emotivi, motivazionali (come uno psicologo, e non un counselor può fare).

Resta un’ultima considerazione, centrale e cruciale, che smaschera questa definizione come ingenuo e patetico tentativo di camuffare la definizione di una parte dell’attività svolta dagli psicologi per presentarla come attività “autonoma”. Si consideri, infatti, che essa si qualifica come intervento (clinico, che altro?) perché è centrata non sulle qualità e risorse dell’individuo ma sulla analisi delle sue difficoltà. E’ la difficoltà del cliente al centro dell’attività del counselor, non il suo bisogno di confrontarsi con un professionista competente allo scopo di migliorare la qualità della sua vita.

Il centro di questo “intervento” restano le “difficoltà”. Si può cercare di prendere in giro se stessi e il prossimo in molti modi, ma il termine difficoltà, in questo contesto, appare semplicemente come un ingenuo escamotage linguistico per camuffare il termine “disturbo”, “trauma”, o semplicemente “disagio psichico”. Non si può, infatti, pretendere di svolgere un’attività volta al miglioramento della qualità della vita delle persone che sia differente, nella sostanza, da quella svolta dallo psicologo, se essa si configura come un intervento volto ad esplorare le difficoltà delle persone stesse relative al loro disagio psichico ed esistenziale (perché di questo si tratta). Si ricade ingenuamente, infatti, nella manifestazione di una mentalità di tipo biomedico che vede le persone come portatrici di difficoltà e non di risorse, sulle quali “intervenire”.

Questo è il punto che i personaggi in questione mostrano di non avere mai compreso, o che sono costretti a far finta di non comprendere per continuare a portare avanti una attività che ha costruito sull’equivoco e sull’illusione una falsa attività professionale. Falsa e irresponsabile, perché tende ad “autorizzare” in qualche modo persone prive di abilitazione alla pratica psicologica a svolgere un’attività che ha per oggetto il disagio psichico delle persone, camuffandolo come “attività volta al miglioramento della qualità della vita”.

È al disagio psichico, infatti, che l’attività di Counseling tradizionale si riferisce, da sempre e anche in questa definizione, ed è al colloquio, all’ascolto, alla diagnosi psicopatologica e al sostegno psicologico che fa riferimento dal punto di vista degli strumenti professionali. Ed è sempre il riferimento implicito a questo disagio psichico, per quanto camuffato ingenuamente sotto forma di “difficoltà, di fase di transizione o di stato di crisi”, che ha giustificato la sentenza del Tar del Lazio.

Un ultima considerazione: se davvero l’attività del Counselor fosse sostanzialmente diversa da quella svolta dallo psicologo, perché mai essa produce la reazione di questa categoria professionale? Gli psicologi non si sono mai lamentati del fatto che altre categorie professionali si occupino di migliorare la qualità della vita delle persone e non si sognano di denunciare o di criticare le associazioni di categoria di professionisti che migliorano la qualità della vita dei loro clienti attraverso l’educazione alimentare, artistica, l’attività  fisica, mentale e spirituale. 

Guido A. Morina

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