Il Counseling tradizionale come esercizio abusivo dell’attività di psicologo o di psicoterapeuta.
Il Counseling tradizionale come esercizio abusivo dell’attività di psicologo o di psicoterapeuta.

I corsi della Scuola Superiore di Counseling Psicobiologico: diventare Counselor nel rispetto della normativa vigente.

Counseling tradizionaleAl di là delle definizioni teoriche e delle affermazioni di principio, la pratica del counseling insegnato dalla maggior parte delle Scuole ad allievi non iscritti agli Albi professionali dei medici o degli psicologi espone al rischio di denuncia per esercizio abusivo della professione medica o psicoterapeutica, in quanto fondata su diagnosi e terapie rivolte alla cura della salute psicofisica del cliente.  Il problema si pone non  soltanto quando il Counselor utilizza test proiettivi, strumenti diagnostici per la valutazione della personalità, metodi di classificazione o di cura fondati su principi ed evidenze più o meno scientificamente fondate (enneagramma, programmazione neurolinguistica, ipnosi) o che configurano addirittura pratiche da ciarlatani (astrologia, omeopatia, tecniche di canalizzazione di energie, floriterapia di Bach o simili), ma specialmente quando la sua attività è dichiaratamente orientata a prendersi cura direttamente del disagio psicologico del cliente, sia essa in forma preventiva, riparativa o di assistenza. Si osservi, infatti, quale sia l’impostazione più diffusa tra le scuole di counseling, con riferimento al significato dell’attività terapeutica del Counselor, tramite l’analisi di questo breve stralcio dal sito di una delle più qualificate scuole di Counseling:   ” Tutte le forme di terapia si rivolgono a delle malattie. Il Counseling psicologico si indirizza anche agli aspetti psicologici della malattia biologica, ma forse più ancora a quei disagi psicologici che non sono diagnosticabili oggettivamente come malattia mentale, ma rappresentano una fonte di malessere per la persona.”
Si consideri con attenzione l’uso del termine “Terapia” nel testo succitato. Si tratta della sua accezione più ristretta, così come definita e diffusa dalla classe medica per giustificare il suo diritto esclusivo alla cura della salute e della malattia. Questo desueto approccio biomedico, che rifiuta  quello “biopsicosociale” introdotto più di sessanta anni fa dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (“La salute non è assenza di malattia, ma una condizione di benessere fisico, psichico e sociale”) è proprio quello che la nostra scuola rifiuta con ferma determinazione, proponendo, all’opposto, una visione della terapia secondo il suo significato originario, che non è certo “cura di malattie”, ma si riferisce piuttosto all’atto di chi pone se stesso a disposizione del prossimo, chi offre i suoi servizi sulla base di una competenza non necessariamente tecnica, e tantomeno medica. A nostro parere, è allo psicoterapeuta e al medico che spetta la cura del disagio psicologico, non certo al counselor, il quale dovrebbe avere solo compiti informativi, di chiarificazione e di analisi, ma mai, proprio mai di cura.
Si osservi inoltre l’ossessivo riferimento alla parola “malattia”, e a come il Counselor venga presentato come una sorta di moderno medico del disagio non perchè egli possa e debba aiutare a promuovere la salute e il benessere, ma principalmente per curare, dopo aver diagnosticato e classificato questo disagio, secondo il rigido protocollo biomedico.
Solo la scuola di Counseling In Psicologia della Salute propone un percorso formativo ispirato ai principi deontologici autonomi della Consulenza della Salute, insegnata solo dalle nostre Scuole, in vista della formazione di Consulenti della Salute, i quali, a differenza dei counselor tradizionali, non possono incorrere nel reato di esercizio abusivo della professione medica o psicoterapeutica, e tantomeno in quello di abuso della credulità popolare.  (Vai a:”Terapia non è solo cura di malattie”).

Le legislazioni di tutti i paesi del mondo, e quindi anche dell’Italia, non pretendono, ai fini dell’esercizio di una qualunque attività professionale, che questa sia disciplinata e regolamentata da una legge del Paese in cui essa viene praticata, tant’è vero che centinaia di figure professionali, compresi alcuni  counselor non iscritti all’Ordine degli Psicologi operano da decenni legittimamente senza che la loro professione sia mai stata riconosciuta per legge.  Quello che tutte le  legislazioni pretendono è che l’esercizio di questa attività professionale non sconfini nell’ ambito di  competenza di altre attività professionali regolamentate per legge.

Questo significa che il problema, ai fini dell’esercizio dell’attività di counseling, non è tanto quello che questa attività sia riconosciuta dalla legge Italiana, dal momento che questo, se avverrà, potrebbe (forse) avvenire nella migliore delle ipotesi solo tramite l’istituzione, ex novo, di una apposita  Scuola di Specializzazione universitaria riservata a laureati in Psicologia. Il problema è quello di esercitare un’attività che non costituisca, nella sua applicazione pratica, esercizio abusivo della professione medica o psicologica.
Il problema non si pone, naturalmente, se ad esercitare questa professione non riconosciuta sia un medico o uno psicologo. Il primo, protetto da un Ordine professionale potentissimo e intoccabile, pur proveniente da una formazione universitaria che non gli fornisce alcuna competenza in psicologia, può praticamente fare quello che vuole, compreso qualificarsi anche come Counselor, o  fare diagnosi con apparecchiature che capterebbero energie subatomiche e prescrivere cure con rimedi omeopatici e fiori di Bach. Il secondo proviene invece da una formazione tutta centrata sull’attività diagnostica e testistica al servizio della medicina, per cui la sua impostazione e cultura professionale ben si sposa con una attività terapeutica fondata sulla ricerca e la cura di malattie.
L’impostazione data da tutte le scuole “commerciali” di counseling è tutta centrata su un’ attività diagnostica e terapeutica che, pur sotto altre forme o denominazioni (perlopiù ingannevoli), costituisce sempre esercizio abusivo della professione medica o psicoterapeutica (se non praticata da queste figure professionali), in quanto direttamente rivolta alla cura di disturbi, malattie, alterazioni dello stato di salute (per quanto si tratti di salute psicologica o psicofisica).

Si osservi in proposito come a qualificare come atto terapeutico di tipo medico o psicologico non è la effettiva e documentata efficacia della cura, quanto l’intenzione del terapeuta di mettere in atto un comportamento rivolto, tramite diagnosi e terapia, alla cura del disturbo lamentato dal paziente. A dimostrazione di quanto affermato, si consideri che la sentenza della Corte di Cassazione n°.  29961 del 30-07-2001 ha attribuito ai soli medici la competenza a prescrivere e somministrare farmaci omeopatici sulla base della sola considerazione che essi siano rivolti, nelle intenzioni del medico, alla cura della malattia, ma indipendentemente da ogni valutazione sulla loro efficacia effettiva.

Ciò significa che, trasferendo il principio suddetto in ambito psicologico, non è l’intenzione del cliente a qualificare come atto psicoterapeutico quello posto in essere dal terapeuta (per esempio, l’intenzione di risolvere un conflitto psicologico, una fobia, uno stato di alterazione dell’umore), ma la sola intenzione del terapeuta stesso, il quale agisce consapevolmente allo scopo di curare tale disturbo.

Ben diversa è invece l’intenzione posta in essere dal Counselor In Psicologia Della Salute, il quale non ha mai lo scopo di agire direttamente sulla sfera psichica o fisica del cliente, ma solo quella di rendere più chiari, tramite il colloquio e l’analisi che ne deriva da parte di entrambi i protagonisti della relazione, i termini del problema del cliente.

Se il vostro interesse è puramente culturale, potete frequentare tutte le Scuole che riterrete idonee al vostro scopo, sapendo che, se non siete medici o psicoterapeuti non potrete mai praticare se non privatamente, e solo su familiari o amici, le nozioni e le eventuali tecniche psicologiche insegnate nelle suole di counseling commerciale (anche se presentate sotto forma di fantasiose tecniche “energetiche”). Altrimenti, vi esponete al rischio di una denuncia per esercizio abusivo della professione di psicologo o di psicoterapeuta, in quanto la vostra attività, se svolta secondo l’approccio del counseling tradizionale, è rivolta direttamente alla cura della salute, e questa è un’attività di competenza esclusiva di categorie professionali riconosciute per legge.

Se però vi interessa conoscere ed applicare professionalmente un approccio alla salute diverso da quello medico o psicoterapeutico, fondato sulla consulenza informativa (e non sulla diagnosi e la terapia di tipo psicologico), la quale presuppone una cultura generale e specifica e una apertura mentale ben superiori a quelle che offrono le scuole commerciali di counseling, l’unica scelta ragionevole e legalmente sicura è quella offerta dalla scuola Superiore di Counseling In Psicologia Della Salute.

Ricordiamo che non basta, per essere in regola con le disposizioni di legge in materia, l’affermazione secondo cui il Counselor agirebbe solo ai fini del recupero, del mantenimento o del miglioramento dello stato di salute e di benessere della persona. Neppure vale la giustificazione di operare in senso “olistico” sulla persona nella sua globalità, o di svolgere semplicemente un’opera di educazione alla salute, di “suggerire” anziché prescrivere l’adozione di certi comportamenti, o di effettuare diagnosi relative a squilibri o volte all’individuazione di “predisposizioni” a eventuali disturbi o patologie. Tutte queste attività, a norma di legge, sono infatti riservate alla sola categoria dei medici e degli psicoterapeuti, gli unici abilitati ad operare non solo sulle malattie, ma anche sulla salute dei pazienti. Si legga con attenzione, per esempio, quanto riporta in proposito il Codice di deontologia professionale medico nel definire i compiti, cioè le competenze riservate esclusivamente alla classe medica: il titolo II, capo I, art. 3, recita testualmente che “compito del medico è la difesa e il rispetto della vita, della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza (…). Come si nota, non si parla solo di malattia, ma anche e specialmente di salute fisica e psichica.

Ancora, si legga la definizione di atto medico (e se ne deducano tutte le implicazioni per l’esercizio dell’attività di Counselor, così come insegnata dalla maggior parte delle altre Scuole di Counseling) approvata dal Consiglio dell’Unione dei Medici Specialisti a Budapest nel mese di novembre 2006, che è facilmente reperibile sul Web ( per esempio, si veda : http://www.fisiatria.it/atto_medico.htm):

Che si tratti di attività direttamente rivolta alla prevenzione, alla promozione, alla  educazione, all’insegnamento o all’informazione relativa alla salute, tutte le forme di diagnosi e di cura, con qualsiasi strumento utilizzato, con qualsiasi denominazione, scientificamente supportate o di derivazione orientale e psicologica, e quindi anche tutte quelle praticate in Counseling tradizionale, sono da considerarsi a tutti gli effetti “atti medici”.
Le opinioni fin qui espresse, per quanto largamente condivise, sono opinioni e non fatti incontestabili, in quanto nessuna norma di legge vieta espressamente l’attività professionale svolta dal counselor, e la giurisprudenza, eventualmente chiamata a giudicare la sussistenza del reato di esercizio abusivo della professione medica o psicoterapeutica, potrebbe esprimersi, a seconda dei casi, in maniera più o meno favorevole alla nostra interpretazione. Quello su cui vogliamo richiamare l’attenzione del lettore non è il piano opinabile della sanzione penale, quanto quello della coscienza individuale e professionale. E’ prima di tutto nella propria coscienza che deve essere cercata la reale intenzione di occuparsi della salute del prossimo: se si intende il counseling come noi lo intendiamo, e cioè come attività di consulenza informativa, e non direttiva, si cercherà un percorso di studi che consenta di acquisire conoscenze e competenze utili a fornire la migliore informazione possibile. Se invece la reale intenzione consiste nella ricerca di una professione che permetta di curare la salute e di promuovere attivamente e direttamente il benessere psicofisico, si cercherà una scuola tradizionale che consideri  la diagnosi e la terapia psicologica come perno dell’attività formativa.  Ma in questo caso, come dicevamo, ognuno dovrà fare i conti non tanto con l’Autorità giudiziaria (la quale ha ben altro di cui occuparsi) ma, ripetiamo, con la propria coscienza, chiedendosi se l’attività che si vuole svolgere non richieda un tipo di formazione diversa e superiore, di competenza di altre figure professionali.

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