Il ruolo del passato in psicoterapia e nel Counseling in Psicobiologia della Salute
Il ruolo del passato in psicoterapia e nel Counseling in Psicobiologia della Salute

Dal libro: Introduzione al Counseling in Psicologia della Salute, di G.A. Morina.

Il passato non serve ad essere ricordato, e i ricordi non servono ad essere rievocati. Se la vita ha una direzione e uno scopo, o se non ce li ha ma vogliamo darglieli noi, allora ciò che non esiste più nel presente assume un significato solo se sappiamo coglierlo.

Se rievochiamo il passato, è solo per indulgere in un confortevole abbraccio (inutile per la nostra felicità), o per farci trascinare nel vortice che ci costringe a rivivere traumi non risolti.

Se rievochiamo il passato, è solo perché non abbiamo capito cosa poteva insegnarci.

Il passato è un insieme di esperienze con le quali entriamo in contatto: possiamo osservarle e lasciarcele passare sopra, oppure permettere che si impadroniscano dei nostri circuiti neurali. Ma possiamo anche utilizzare il passato per quello che è l’unico suo scopo razionalmente condivisibile: imparare dall’esperienza, elaborarla, farne un elemento di valutazione della realtà, confrontarci con chi ha vissuto esperienze analoghe, sfruttare la conoscenza acquisita per migliorare la nostra vita e per lasciare una traccia, un termine di confronto a chi, dopo di noi, si ritrovi a confrontarsi col passato.

Riconoscere l’esistenza del passato significa necessariamente ammettere l’esistenza di un fluire del tempo verso il futuro. Sembrerebbe una banalità, ma in realtà è raro che il passato sia utilizzato come trampolino di lancio per l’esplorazione futura. Di solito, al contrario, la consapevolezza che il passato implica un presente e un futuro incute paura, se non panico, perché pone la persona di fronte alla responsabilità di costruirsi il proprio futuro. Compito gravoso, rischioso, foriero di fatica e sofferenza. Molto meglio trasformare la nostra concezione naturale del tempo da lineare in tempo ciclico.

Questa strategia ci consente di ricevere il conforto di una visione della vita come, in qualche modo, prevedibile e  controllabile, perché ci illude che ciò che ci fa paura perché fa parte del nostro futuro sia in realtà già avvenuto, o comunque riproduca uno schema esistente e conosciuto. Ma la semplice illusione non basta. Per renderla più forte, e far si che essa impedisca alla nostra consapevolezza di fare capolino, occorre consolidarla nei nostri circuiti neurali come traccia mnestica facilmente rievocabile alla bisogna: niente di meglio che condividere tale credenza con il maggior numero di persone possibile (magari fare anche opera di convincimento e di proselitismo), coinvolgendole nella realizzazione della più antica tecnica di suggestione che l’essere umano abbia inventato: la celebrazione dei rituali. La codificazione di un insieme di gesti, di movimenti, di azioni stereotipate,  le quali devono essere ripetute il più spesso possibile nell’identica maniera, da tutti allo stesso modo, favorisce il rinforzo neurale di questa traccia. Essa viene così resa talmente forte, solida e profonda all’interno della nostra organizzazione mentale, da far si che essa emerga sempre, come colui che grida forte in mezzo a persone che parlano sottovoce, tra le diverse opzioni che si presentano alla nostra mente quando siamo impegnati a fare delle scelte.

Naturalmente, questa pratica presenta un suo aspetto negativo: essa impedisce il progresso della conoscenza, in quanto fissa il tempo (che è la dimensione senza la quale nessun progresso è concepibile) all’interno di un circuito chiuso, tendenzialmente autopoietico, cioè capace di alimentarsi e di sopravvivere senza bisogno di interagire attivamente col mondo esterno.

La psicoterapia ama il passato, molto meno il presente e il futuro. Nel suo complesso, essa opera attraverso l’utilizzo dei ricordi del paziente e la loro rievocazione e rielaborazione. Il processo è normalmente lunghissimo e poco efficiente, in quanto costringe a girare intorno agli episodi, alle esperienze, ai traumi e ai ricordi in genere, in un circolo vizioso spesso fine a se stesso, come se la semplice rievocazione e la emersione di un ricordo alla consapevolezza fosse sufficiente a guarire ogni ferita. In effetti, all’interno della psicoterapia, lo spazio dedicato ad essa, cioè la terapia, è infinitamente compresso a tutto vantaggio di quello riservato alla diagnosi, terreno quest’ultimo su cui lo psicoterapeuta si trova più a suo agio.

Il counseling in Psicologia della Salute cerca di ridurre al minimo questo processo di monitoraggio del passato alla ricerca di tutti i ricordi che possano emergere da esso (non sapendo quale di essi è quello giusto, in psicoterapia si procede a casaccio, o per protocolli uguali per tutti, o per intuito), perché il suo obiettivo è quello di rendere consapevole il loro significato in quanto categoria e non come singola fattispecie.

Secondo l’approccio in Psicologia della Salute, infatti, quanto più risaliamo nella storia dell’ ontogenesi e della  filogenesi, tanto più ci imbattiamo in categorie di esperienze, ricordi, emozioni e processi mentali sempre più quantitativamente ridotti. Dal punto di vista qualitativo, invece, il risalire la nostra storia filogenetica ci riporta a esperienze istintivamente ed emotivamente sempre più forti, perché riconducibili ai bisogni più legati alla forza più potente a nostra disposizione, e cioè l’istinto di sopravvivenza. Se ipotizziamo il fatto che la vita sia paragonabile, dal punto di vista energetico, all’universo, allora ci rendiamo conto come, risalendo nel tempo,  tutta l’energia presente in esso attualmente può essere ricondotta a un’unica energia primordiale, quella del Big Bang. In uno spazio e una massa ridottissimi era già racchiusa tutta l’energia che muove l’immenso l’universo attuale. Così nel bambino appena nato possiamo ipotizzare che sia presente la stessa energia che, da adulto, gli permetterà di vivere con pienezza incomparabilmente maggiore dell’attuale la sua vita.

Le prime esperienze, sotto il profilo ontogenetico e filogenetico, sono quindi le più cariche di energia, perché essa è concentrata e non ancora distribuita. E’ alla consapevolezza di  questa energia che il counselor cerca di portare il cliente, e per farlo non ha bisogno di spendere anni per aiutarlo a rievocare episodi della sua vita; tantomeno il suo compito si rivolge alla rimozione dei traumi del passato. In un’ottica psicobiologica, ogni nostra esperienza è unica ma al tempo stesso riproduce uno schema primordiale, legato al soddisfacimento di bisogni primari. Una volta assunta, anche solo per gioco, questa diversa prospettiva, allora il problema del singolo individuo assume una importanza molto superiore, perché passa dall’essere il suo problema al suo problema comune a quello di ogni altro individuo, e, in definitiva, di ogni forma di vita. Questa consapevolezza, e cioè quella di non essere solo a vivere la propria vita e i suoi singoli episodi, ma di far parte di un organismo immensamente più vasto, è la base di partenza per l’emersione di un altro tipo di consapevolezza, cioè quella che ha per oggetto le proprie capacità, le proprie risorse specifiche. Il counseling in Psicologia della Salute, in altre parole, opera in maniera inversa rispetto alla psicoterapia tradizionale: parte anch’essa dal singolo problema del singolo, ma per riportarlo a una dimensione universale. Da qui la persona risale, armata di nuova consapevolezza della forza che si possiede, alla ricerca della propria identità, di ciò che veramente si è, e di ciò che siamo in grado e dobbiamo fare per dare il nostro contributo alla vita. Non fa parte del metodo del counseling in Psicologia della Salute la formulazione di diagnosi né la ricerca di tutti i possibili aspetti negativi che possano emergere dall’opera di scavo nelle profondità del passato. A differenza che in psicoterapia, il counseling in Psicologia della Salute attribuisce una scarsa efficacia alla rimozione di esperienze negative del passato, e ritiene che esse non vadano necessariamente rimosse, ma semmai rese inoffensive attraverso la costruzione di scopi positivi per cui valga la pena vivere.

Privato di questa dimensione cosmica e universale, o, se si preferisce, sistemica e olistica, il paziente dello psicoterapeuta cerca di vivere all’interno di un orizzonte limitato, fatto di singoli episodi traumatici, di singoli individui “significativi” (i genitori e i familiari, in definitiva) e non riesce quindi a dare della propria vita un significato più profondo, che non sia quello di essere un componente di una famiglia, o al massimo di una tribù, isolata dalle altre e dal resto del mondo.

Nella visione della vita proposta dalla psicobiologia, invece, ridimensionare e contestualizzare il problema del singolo individuo, inserendolo in una dimensione spazio-temporale la più vasta possibile, non significa, si badi bene, ridurne l’importanza agli occhi del cliente, ma, al contrario, dare ad esso una dimensione universale e cosmica molto più efficace di quella limitata alla propria specifica esperienza di vita. Quell’abbraccio che si cercava nella ripetizione di rituali, nell’adorazione di totem, nella ricerca di conferme alle proprie credenze, diventa allora un abbraccio di tutti verso tutti, coinvolgendo ogni essere vivente e tutto l’universo, senza distinzioni di tempo e di spazio, perché tutto e tutti collaboriamo per far sì che la vita possa opporsi all’entropia. Ma questa, è un’altra storia.

Condividi :