Liberarsi dalla schiavitù del cibo.
Liberarsi dalla schiavitù del cibo.

Liberarsi dalla schiavitù del cibo

Che l’alimentazione sia un bisogno fondamentale ai fini della nostra sopravvivenza è un’ affermazione talmente ovvia da non meritare ulteriori commenti. Quello su cui invece invitiamo volentieri a riflettere è il significato del cibo, al di là della sua componente biochimico-nutrizionale.

Per la quasi totalità della sua storia, l’umanità è stata limitata nella sua possibilità di evoluzione dalla schiavitù della ricerca del cibo. Fino a pochi decenni or sono, e ancora oggi per molti milioni di persone, l’unica vera preoccupazione dell’esistenza era quella di trovare il modo di riempirsi lo stomaco quotidianamente. E’ chiaro che in una situazione come questa, in cui tutta la nostra attenzione e le nostre risorse sono rivolte alla ricerca del cibo, pena la morte, non esiste spazio per altre attività più nobili ed edificanti. Eppure, è proprio su questi aggettivi che la moderna cultura dell’opulento mondo occidentale fa leva per giustificare la sua ossessiva propensione al consumo indiscriminato e irresponsabile di cibo. Proprio nel momento storico in cui si affaccia per l’umanità la prospettiva illuminante di potersi liberare dalla schiavitù dei suoi bisogni primari, coloro che più fanno fatica a reggere il passo dell’evoluzione culturale, le persone meno aperte mentalmente, più pigre sotto il profilo fisico e intellettuale, meno attente all’innovazione e alle sfide culturali, propongono un deleterio ritorno a quella che definiscono la “cultura del cibo”. Quest’ultima  (da non confondere con la scienza dell’alimentazione, con l’ecologia e con le scelte politiche e culturali legate alla tutela delle risorse ambientali e agroalimentari, come il rispetto per la biodiversità), non è nient’altro che un comodo alibi per poter dedicare energie, tempo e risorse a un’attività (il mangiare nella maniera migliore possibile), che è forse la meno nobile tra le attività e le funzioni dell’uomo. Sappiamo bene che noi abbiamo bisogno di introdurre un certo apporto di calorie e sostanze nutritive ai fini della produzione di energia essenziale per la sopravvivenza e, specialmente, per l’esecuzione materiale di tutte le attività umane. Quindi l’alimentazione consiste, ed è sempre consistita, nel soddisfacimento di un bisogno primario, funzionale a quello relativo a bisogni più nobili, ma non ha mai avuto, e mai avrà, altro significato. Il fatto che il cibo debba essere gustoso, gradevole, saporito, abbondante, ricco o delicato, che debba essere consumato con certi strumenti e specifici rituali, è soltanto una sovrastruttura, inutile per lo svolgimento delle attività che distinguono gli esseri umani dagli animali. Niente e nessuno impedirà che un giorno, affrancati dalla schiavitù del cibo, si possa ottenere lo stesso apporto nutritivo con una semplice pastiglia quotidiana, o con altri mezzi ancora meno intrusivi. Cosa ci verrebbe a mancare, in questa ipotetica situazione? Moltissimo, direbbero i sostenitori del cibo a tutti i costi.

Bene: raccogliamo la sfida e analizziamo insieme quali siano i benefici dell’alimentazione “tradizionale” che si considerano irrinunciabili. In realtà, per quanto si possa girare intorno all’argomento, essi si riducono soltanto a pochissimi aspetti che, in realtà, sono esterni al cibo stesso, e ne costituiscono, come accennato, una sovrastruttura pseudo culturale: essi ruotano intorno al piacere del gusto (si veda in proposito il curioso quanto inutile saggio di Brillat- Savarin: Fisiologia del gusto”) e quello legato alla convivialità. Si osservi come in entrambi i casi, quello che i cultori del cibo rivendicano come un nobile portato evolutivo, non sia nient’altro che una condizione di attivazione fisiologica, la quale può essere prodotta svolgendo innumerevoli altre attività più utili, nobili e produttive. Certo, è evidente che il piacere del gusto è un tipo di piacere non riproducibile in altro modo né confrontabile con altri tipi di piacere. Ma perché dovremmo privilegiare l’attività di questo organo di senso, e non quella dell’olfatto? Eppure, probabilmente potrebbe fare comodo a tutti avere la possibilità di percepire odori a distanza, come molti animali, e vivere così l’esperienza di una vita immersa in un mondo di sensazioni olfattive. Eppure, il nostro olfatto si è gradatamente atrofizzato nel corso dell’evoluzione, a testimonianza del fatto che non era indispensabile. Il gusto, invece, è rimasto per nostra scelta, e non per selezione naturale evolutiva. La scelta di privilegiare il gusto dipende dal fatto che mentre gli odori non sarebbero mai sotto il nostro controllo, e quindi saremmo occasionalmente o frequentemente costretti a percepire nostro malgrado odori sgradevoli, il gusto è una questione di scelta. Possiamo decidere quanto e cosa mangiare in relazione al suo gusto, più o meno gradevole. Nessuno (salvo la mamma quando siamo molto piccoli) ci costringe a mangiare contro la nostra volontà. Analoghe considerazioni valgono per l’udito. Il piacere della musica o di alcuni suoni naturali è innegabile, ma, come l’olfatto, l’udito è sempre attivo e non può essere spento, o disinserito a comando. Resta il fatto, però, che la funzione biologica per cui gli esseri viventi hanno sviluppato il gusto dipendeva da considerazioni strettamente funzionali alla sopravvivenza, e non certo al piacere, in quanto esso costituisce uno strumento, piuttosto rozzo, ma spesso efficace, per evitare di ingerire alimenti nocivi perché infetti, ammuffiti, acerbi, marci o velenosi (riconoscibili questi ultimi dal tipico gusto amaro). La prima funzione del gusto, quindi, fu quella difensiva, legata al riconoscimento di stimoli negativi. C’è voluto molto tempo perché imparassimo ad associare le qualità nutritive specifiche di certi alimenti  (i grassi e le proteine animali, in particolare) al loro specifico gusto, in modo da rendere questi alimenti facilmente riconoscibili dal sapore di frutta, verdura, legumi e cereali, e spingerci a ricercarli attivamente in quanto utili, per tutto il corso della nostra specifica e irripetibile storia evolutiva, per affrontare le sfide ambientali.

Tutto questo non ha più nulla a che fare con l’attuale cultura del gusto, in quanto l’evoluzione culturale ci ha permesso di riconoscere facilmente i nutrienti senza bisogno di verificare se il consumo di un alimento piuttosto che altro fosse premiante in termini evolutivi, cioè nel corso di centinaia di generazioni. Quello che rimane, al di là di ridicoli riferimenti pseudoculturali, è soltanto la ricerca del piacere fine a sé stesso, e un piacere molto rozzo, si noti, perché legato alla nostra componente bestiale, e non certo quella specificamente umana.

La difesa ad oltranza del  piacere del gusto è poi un atteggiamento ideologico che trova il suo fondamento nella storia recente dell’uomo,  e la sua componente ideologica, più che culturale, è evidente nel fatto che il cibo più ricco, gustoso e nutriente era anche quello più difficile da procurare, diventando presto un indicatore di status, di ricchezza e potere. Le religioni, specialmente quelle diffuse in Occidente, hanno poi privilegiato quello del gusto a scapito di altri piaceri, più intensi, più nobili, ma più “pericolosi”, come quello sessuale. Non si vede per quale motivo, se non per un assurdo condizionamento religioso, si debba dedicare così tanto spazio, tempo e attenzione alla cura dell’alimentazione piuttosto che alla cura della sessualità, dal momento che anche l’attività sessuale rientra a buon diritto tra i bisogni fisiologici fondamentali degli esseri umani, e può essere svolta a qualunque età, e almeno virtualmente, persino tutti i giorni. Con la differenza, non da poco, che come molti altri piaceri più nobili di quello legato al mangiare, il sesso richiede normalmente una relazione umana, uno scambio e una esperienza che coinvolge il nostro bisogno (di livello più elevato di quelli fisiologici) di affetto, di comunicazione, di cooperazione, di socialità, di conforto umano. Mangiare, invece, è un’attività che, per quanto possa essere svolta in compagnia, si riduce nella sua assenza a una introduzione meccanica di sostanze prive di vita (di solito, ma non c’è limite all’aberrazione dei cultori del cibo) in un orifizio. Attività che si può svolgere con la massima efficienza in perfetta solitudine. Eppure, i mezzi di comunicazione dedicano un enorme spazio a tutto ciò che riguarda l’alimentazione, la cucina e la gastronomia, mentre praticamente nulla viene dedicato a illustrare i benefici di una sana e naturale attività fisica e sessuale. Il fatto che intorno al cibo sia ruotata la storia di ogni civiltà umana non è un buon motivo per giustificarne il culto. Il cibo è stato occasione di scambi culturali, di comunicazione, persino di guerre, ma per il suo significato di bene prezioso per la sopravvivenza, piuttosto che per le sue qualità intrinseche. Il recupero della dimensione “culturale” diventa quindi indispensabile per giustificare in qualche modo la trasformazione di un bisogno fisiologico in un comodo alibi per dedicare il proprio tempo libero a una attività piacevole ma totalmente priva di valore culturale ed evolutivo. Mangiare, tra le attività quotidiane legate alla ricerca del piacere, rappresenta la forma più rapida, facile, economica, di soddisfacimento di un bisogno. Naturalmente, il motivo fondamentale della popolarità sempre più diffusa della cultura del cibo risiede in un altro aspetto, che i cultori della gastronomia e del sollazzo gastrico sono restii a riconoscere: mangiare non costa nessuna fatica. Tra tutte le attività umane, legate al soddisfacimento di bisogni primari o sociali, mangiare è praticamente l’unica, insieme alla respirazione, al sonno e all’espletamento dei nostri bisogni fisiologici, che può essere svolta praticamente ovunque, non richiede preparazione, allenamento o pratica particolare, e non presenta, di solito, controindicazioni, almeno nel breve termine. Tutte le altre attività umane destinate al soddisfacimento di bisogni, invece, ad eccezione del sesso, offrono un piacere meno intenso, meno coinvolgente e gratificante, e sicuramente meno immediato. Mangiare è diventato lo strumento pubblicitario più efficace, e spesso più economico, per attirare clienti-consumatori, i quali ben difficilmente, senza la prospettiva di riempirsi la pancia, prenderebbero in considerazione l’idea di uscire di casa e dedicare una parte del loro tempo libero a qualsiasi altra attività. Non esiste più, in pratica, una sola festa, celebrazione, ricorrenza, il cui fulcro non ruoti intorno a banchetti, rinfreschi, cene, aperitivi, ecc. Ogni borgo o paese della provincia italiana si è inventato una festa, una sagra, un appuntamento in cui, con la scusa di celebrare qualche bellezza artistica, un episodio storico, un evento musicale, si distribuisce cibo più o meno legato a tradizioni locali, vero polo di attrazione di ogni manifestazione pseudoculturale. Sabato 5 giugno 2010, per portare un esempio recentissimo, la benemerita Associazione: “Musica ’90 ha aperto la serie di concerti, tutti di altissimo livello, con due tra i maggiori compositori contemporanei: Wim Mertens e Michael Nyman, ospiti della piazza della “fontana del cervo” nella restaurata Reggia di Venaria Reale. Nel biglietto, gli organizzatori hanno pensato bene di includere una cena a buffet all’aperto. Solo così essi hanno potuto richiamare un pubblico sufficiente, il quale, però, ha passato gran parte del concerto a fare la coda al buffet, a un centinaio di metri dal luogo del concerto, senza alcun interesse per la splendida musica e disturbando, con il loro gozzovigliare, i pochissimi spettatori venuti, pensate un pò, per godersi la musica e non l’insalata di riso.

Arriviamo così al secondo motivo per cui si cerca di dare una veste di nobiltà all’atto del mangiare: la convivialità. Una delle migliori giustificazioni adottate da coloro che vogliono mascherare la loro debolezza psicologica sta nel preteso valore di occasione di scambio sociale che il mangiare in compagnia favorirebbe. Anche qui, parliamo di mangiare come occasione per stare insieme, per incontrarsi e scambiarsi informazioni o per il solo piacere aggiuntivo di passare alcune ore in compagnia dei nostri simili. Ma perché a tavola, ci chiediamo? Perché mai, oggi che la nostra società avanzata ci offre così tante possibilità di svago, dobbiamo ancora associare la festa, la cerimonia, l’incontro, con il mangiare? Quando il cibo rappresentava, per tutti, il bene più importante per la sopravvivenza, poteva avere un senso celebrarlo in banchetti come nel rituale dei pasti in famiglia. Ma questo solo per il fatto che all’epoca non esistevano libri, riproduttori musicali e multimediali, Internet, il telefono, e, in genere le possibilità di svago si limitavano solo a mangiare qualche cibo un po’ più raro o costoso. Ma oggi? Oggi stiamo cercando di recuperare del tempo per poterci dedicare a mangiare, mentre stiamo definitivamente perdendo il contatto con la natura, i suoi silenzi  e i suoi ritmi. Non è la natura, anziché la tavola imbandita, il luogo ideale in cui incontrare gli altri e instaurare o sviluppare relazioni umane?  Perché mai, volendo incontrare degli amici, non è possibile fare un viaggio insieme, una passeggiata in montagna, una gita in barca, una escursione in bicicletta?
Perché il cibo deve condizionare ancora oggi le nostre attività quotidiane? Perché nel terzo millennio le nostre giornate devono essere governate dagli orari dei pasti, dalla preoccupazione di non avere più pane fresco, o dalla decisione relativa al ristorante in cui andare a riempirsi la pancia? Possibile che non ci siano altre attività, più nobili ed edificanti, da godere in compagnia? E, specialmente, possibile che mangiare della semplice frutta, che non implica spreco di tempo per la preparazione e il consumo del pasto, sia vista come una assurdità da fanatici “alternativi”?

Occorre poi sgombrare il campo da puerili e ridicole giustificazioni che fanno riferimento alla cura “sacra” del nostro corpo. Perché non l’attività fisica e intellettuale, allora, alle quali si riserva meno tempo e attenzione non perché meno piacevoli, ma perché richiedono impegno?. A nostro parere, indulgere o consentire in qualunque modo questa assurda celebrazione dell’importanza dell’alimentazione costituisce un ostacolo al progresso umano, in quanto attribuisce al soddisfacimento di un puro istinto animale una dignità culturale che non possiede. Sicuramente è più facile e di immediata fruizione il piacere di mangiare un cibo che ci piace quando si ha appetito, ma la persona evoluta non scambierebbe mai l’effimero piacere e la fisiologica sensazione di benessere legata al cibo, con un piacere intellettuale tipicamente umano ( e cioè che non abbiamo in comune con gli animali), quale l’ascolto di un concerto musicale, o una passeggiata nel verde con una persona cui si vuole bene. Allo stesso modo, a nostro parere, sarebbe utile porre fine  al patetico e inutile “recupero”(molto new age o da ambientalista della prima ora) di culture e tradizioni che vanno scomparendo (spesso, per fortuna). Ci riferiamo, come abbiamo accennato poc’anzi, alla riesumazione di sfilate di vago sapore medioevale, in cui persone apparentemente in possesso delle loro facoltà mentali passano il tempo a celebrare non si sa che cosa, travestiti come bambini da damine o da cortigiani. Il tutto, solo con la scusa di banchettare tutti insieme, avendo perso la manifestazione anche il ricordo del suo significato.

Tra gli alibi che permettono di indulgere in questo basso e poco dignitoso abbuffamento gastroenterico c’è poi quello del significato culturale, oltre che conviviale, della  preparazione del cibo, in quanto, si afferma, si tratta anche di un rituale sacro perché legato al suo valore di nutrimento del  proprio corpo. Se questa è la giustificazione, ci chiediamo allora come mai non ci si incontra con gli amici, anziché per fare una grigliata o per preparare una cena, per fare il bucato a mano, dal momento che i nostri vestiti hanno anch’essi un valore “sacro”, visto che essi ci  proteggono, ci scaldano e abbelliscono il nostro corpo.

Esiste anche un altro motivo che viene addotto a giustificazione del tempo che si perde intorno al rituale del cibo: la funzione terapeutica e rilassante della preparazione del cibo, specialmente in vista del suo consumo con amici o parenti (mai per coloro che ne avrebbero davvero bisogno, questi ultimi più per motivi di sopravvivenza che di piacere della tavola). Un tempo, accanto a questi significati, al cibo, o meglio, alla sua preparazione, era legato anche, fondamentalmente, il ruolo stesso della donna, in quanto tradizionalmente, fin dall’antichità, la ricerca (spesso anche la caccia), la raccolta, la preparazione e cottura del cibo rientravano tra le mansioni di ogni donna, e che ogni donna doveva imparare, come titolo “base” per trovare marito.

E’ evidente che la preparazione del cibo assume ancora oggi  un’importanza fondamentale per il ruolo della donna all’interno della famiglia, in quanto, riconoscendo implicitamente il principio Ippocratico secondo cui “il cibo sarà la tua medicina”, ad essa, relegata in casa,  veniva affidato il compito fondamentale di occuparsi del benessere e della salute di marito e figli attraverso l’unico mezzo a sua disposizione (a fianco dell’uso di erbe e rimedi popolari per combattere i più frequenti disturbi, altrimenti, se questi diventavano importanti, la palla passava allo stregone o sciamano). La sua importanza era poi ulteriormente sottolineata nella crescita dei figli, per cui dal concepimento in poi, era alle donne che spettava, attraverso l’alimentazione, e, oggi diremmo, l’integrazione alimentare con erbe, il delicato compito di crescere in maniera sana una nuova vita.

Tra i motivi che, a nostro parere, dovrebbero indurci a ridimensionare l’importanza del cibo nella vita di tutti i giorni, si consideri, poi, che il soddisfacimento dell’istinto della fame non implica soltanto, come nel caso di altri bisogni fisiologici, una certa azione  limitata nel tempo. Esso richiede una preparazione e costi altissimi, perché da sostenere tutti i giorni, più volte al giorno. Si pensi soltanto al tempo buttato letteralmente via quotidianamente per la spesa e la preparazione del cibo, e si consideri invece il tempo che una casalinga può risparmiare, per esempio, se la preparazione dei suoi pranzi estivi si limitasse a una insalata mista, a una macedonia o a un frullato.

Ma cosa c’è di così culturalmente elevato nel doversi recare tutti i giorni in panetteria a comprare il pane, o al mercato a scegliere la verdura di stagione? E cosa c’è di così edificante nel lavare l’insalata, squamare il pesce o impastare la sfoglia?. Si tratta di attività necessarie, proprio come dormire e andare di corpo, ma non vediamo per quale motivo al mangiare si debba dedicare tutto il tempo e l’attenzione che gli dedichiamo, a differenza di altre attività fisiologiche.

Anche noi riteniamo che non ci sia nulla di male nell’incontrarsi ogni tanto dividendo il pasto in compagnia, a casa o al ristorante, o che, se l’occasione lo richiede, si possa indulgere in un pasto più ricco, variegato e che richiede, per la sua consumazione, un certo periodo di tempo. Gustare cibi diversi, magari di provenienza lontana, è sempre un’esperienza interessante, ma va considerata tale, e non una ossessiva abitudine. Quello che non è accettabile è il fatto che l’umanità benestante identifichi il suo benessere col cibo (e con l’innovazione tecnologica), e che non riesca a concepire di poter intrattenere relazioni umane senza obbligatoriamente ritrovarsi a tavola.

In definitiva, tutte le attività ripetitive, non produttive di arricchimento culturale, emozionale, e che possono essere delegate a macchine, o semplicemente eliminate, andrebbero definitivamente abbandonate come ostacoli alla nostra crescita. La maggior parte delle persone si lamenta di non avere tempo per leggere, per studiare, per dedicarsi alla cura del proprio corpo, per incontrare gli amici o dedicarsi a un hobby. Eppure, pochi prendono la facile decisione di tagliare le attività che possono essere tagliate senza problemi. Quelle legate al culto del cibo.

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