Perchè il counseling è abuso di professione
Perchè il counseling è abuso di professione

logo unipsiSiamo lieti di pubblicare l’esperienza vissuta da una nostra allieva, la quale ha voluto verificare di persona quale sia, al di là delle  ingannevoli affermazioni dei diretti interessati, la modalità e quali siano gli scopi che il counseling tradizionale si propone. La sua esperienza in una giornata di presentazione di una delle migliaia di scuole improvvisate, è una testimonianza drammatica di come si continui a ingannare il prossimo spacciando sotto la denominazione di counseling la psicoterapia. Quando ciò viene sistematicamente insegnato all’interno della numerose “Scuole di Counseling tradizionale” si configura il reato penale di istigazione a delinquere e di abuso della credulità popolare.

 

Ma perché gli Psicologi ce l’hanno con i Counselor?

La sentenza del TAR della Regione Lazio, che risale a poco più di un anno fa, contro la figura del Counselor relazionale e contro una delle associazioni di categoria più in vista, Assocounseling, è stato il culmine dell’evidenza del disappunto degli Psicologi nei confronti di una figura per loro controversa, con una chiara accusa di abuso della professione. Mi son chiesta “Ma perché quest’astio? Sono due figure professionali diverse, cosa c’è dietro quest’ansia degli Psicologi di vedersi portare via il loro lavoro, quando ognuno ha le sue competenze?”. La domanda era ingenua. Il Presidente dell’Uni.Psi, Dott. Guido Morina, spiega molto chiaramente nei suoi siti e su parecchi manuali, qual è la realtà del Counseling oggi (cliccando qui trovate un suo interessante articolo proprio a proposito della sentenza di cui sopra) prendendone fermamente le distanze e insegnando ai suoi allievi una modalità di Counseling che guarda allo stato di benessere delle persone, alla consapevolezza del sé, alla responsabilità delle proprie azioni, alla capacità di risolvere autonomamente i problemi, a relazionarsi in maniera sana ed efficace con gli altri, un Counseling assolutamente non orientato verso la cura di un malessere, prerogativa che dovrebbe essere esclusivamente dei medici e degli Psicologi, appunto, differenziando in maniera netta le competenze dell’una e dell’altra figura professionale.
Ma un conto è leggere e ascoltare l’opinione di qualcuno, per quanto autorevole possa essere, un altro conto è fare un’esperienza diretta. Così ho pensato di uscire per un attimo dalla filosofia, ormai per me familiare, dell’Uni.Psi (la scuola dove appunto mi sono formata) e andare a curiosare cosa succede nelle altre scuole, proprio per buttarmi nella mischia ed esplorare un mondo che conosco da diversi anni solo indirettamente.
In prima battuta ho pensato in maniera molto ottimistica “Ma sì… forse Il Dott. Morina esagera (spero che lui non legga :P), non saranno così diversi questi “contenitori”, sempre di Counseling parliamo…”. Avendo ormai ben chiaro cosa sia e cosa non sia il Counseling, mi sono lanciata nell’iscrizione a tre diverse giornate formative in tre diverse scuole con tre diversi temi. Tutte e tre, in qualche maniera, hanno dato un contributo importante. Cercherò in questo post di raccontarvi, in particolare, la più interessante, il mio scopo in questa sede non è fare una critica, ma semplicemente pubblicare il racconto di un’esperienza che vuole mettere alla luce, con molta umiltà, lo spaccato di una realtà dal mio punto di vista.
La giornata decisamente più significativa, come dicevo, è stata quella che vedeva come tema del corso le tecniche nel colloquio di Counseling, organizzata da una scuola ad indirizzo umanistico-relazionale. La giornata si è aperta con un rituale (eravamo un piccolo gruppo di persone). Ho subito pensato in che modo due candeline accese poste all’interno di due portacandele, entrambe con la forma della metà del simbolo del Tao e una serie di sassi, diversi per forma e colore, posizionati a cerchio intorno al Tao potessero avere connessione con le tecniche del Counseling. Il docente, dottore in Filosofia e Counselor ad indirizzo Psicosintetico (sì lo so… sono confusa anch’io), ci invita a chiudere gli occhi e a rilassarci, ci guida dunque ad un lavoro di visualizzazione con lo scopo di riconnetterci con il nostro sentire. Io, in quel momento, non ne sento la necessità e mi limito a rilassarmi, pensando “Se cominciamo così, chissà dove arriviamo…”. Spunta fuori anche una campana tibetana. Il suono per me è nuovo (sapevo dell’uso terapeutico che ne fanno alcuni operatori olistici ma non avevo mai sperimentato), è molto piacevole e mi rimanda al suono della campana di una chiesetta vicina alla mia casa natale, faccio un balzo indietro nel tempo tornando per un attimo bambina. Sorrido ma torno subito a chiedermi se parleremo di tecniche di Counseling. Trascorro perciò la mia prima mezz’ora chiedendomi il perché di un rituale di stampo filosofico orientale.
Il docente è simpatico, non si pone al di sopra del gruppo ma ne fa parte, tuttavia riesce a condurre bene le regole del gioco. Gli altri partecipanti non sono nuovi a questi incontri, alcuni di loro sono allievi della scuola triennale e questa è per loro una lezione che fa parte del pacchetto. Altri sono già formati, come me, ma in scuole con indirizzi diversi.
Finita la fase di rilassamento, il docente ci invita a scegliere un sasso fra quelli posti attorno alle candeline. Anche noi siamo seduti a cerchio. Ognuno di noi sceglie un sasso dando una sua motivazione. Anche qui mi chiedo quale sia il senso. Se è quello di far venire fuori qualche tratto della personalità dei partecipanti, potremmo anche scambiare due parole e mi viene da pensare come sia strano che in un corso di tecniche di Counseling, dove si potrebbero utilizzare strumenti decisamente più interessanti, venga utilizzato questo gioco dei sassi.
Comincio a sentirmi fuori luogo ma il vero stupore arriva quando il docente ci propone di iniziare a lavorare. “Finalmente!” mi dico “Ci siamo!”. Penso che da lì in poi avrebbe introdotto le agognate tecniche (che in realtà già conosco, ma non quelle utilizzate dal Counseling umanistico-relazionale, voglio conoscere le differenze, questo è il senso di tutto questo) e invece cosa fa? Mette via candeline, sassi e campana tibetana e posiziona al centro due sedie, una di fronte all’altra. Bene, mi dico, sta preparando il setting (l’ambiente in cui si svolge un colloquio), passiamo subito alla pratica saltando la teoria, è un metodo anche questo. Mi incuriosisco e rimango molto ricettiva.
Sorpresa! Le sedie non sono destinate a simulazioni di Counseling ma… tenetevi forte… alla tecnica della “sedia vuota”! Spiego per chi non la conosce: si tratta di un tecnica utilizzata nella Psicoterapia (sì, avete letto bene) della Gestalt (Fritz Perls la chiamava “tecnica della sedia bollente”) dove una persona dialoga con sé stessa, assumendo alternativamente il ruolo di terapeuta e di paziente, una sedia ospita il ruolo del terapeuta e l’altra quello del paziente, in un dialogo che mira a far trovare il contatto con l’emotività della persona e con alcune parti di sé. Rimango letteralmente impietrita e non riesco a credere a quello che sento e che vedo.
I partecipanti del corso cominciano l’esercitazione e, prima uno, dopo l’altro, si sottopongono a quella che è una vera e propria tecnica psicoterapeutica, mettendo in campo reali problematiche personali irrisolte, in modo ovviamente improprio, dato che nella stanza non c’è un solo Psicoterapeuta. Alla fine di ogni seduta, ognuno di noi dice la sua, sciorinando una serie di osservazioni che vanno a toccare inevitabilmente la sensibilità e l’emotività del protagonista. Una di loro è molto scossa e arriva al pianto. Sono parecchio allibita nell’assistere a quest’assurdità ma mi obbligo a rimanere fino alla fine dicendo a me stessa “Hai voluto la bicicletta? Adesso pedali!” e andiamo avanti così fino all’ora di pranzo per poi riprendere dopo con la stessa tecnica fino alle 16. A quel punto rimaniamo solo in due per chiudere il cerchio, il più anziano del gruppo ed io.
Propongo di iniziare a parlare di Tecniche di Counseling, giacché sono le 16 e il tema di oggi era quello. Tutti mi guardano stupiti. Il docente mi fa osservare che quella è una tecnica e io gli faccio ovviamente notare che sì, lo è, ma non di Counseling. Nasce finalmente uno scambio di idee che cerco di gestire nel modo più diplomatico per non arrivare al conflitto. Un partecipante del gruppo, formato in Counseling Gestaltico, sostiene che questa è una tecnica lecita e utilizzata nel suo indirizzo (!). Ironizzo un po’ sulla questione perché, nonostante le divergenze di idee, ormai si è creato un buon clima e non ho voglia di litigare.
Si decide di passare ad altro, anche se una persona del gruppo esplicita chiaramente il suo disappunto per il fatto che io e l’altro “non vogliamo metterci in gioco”. Il docente la invita a ragionare da Counselor, evitando di dare per scontato che non vogliamo metterci in gioco e a chiederci, semmai, il perché vogliamo fare altro. La mia risposta è che vorrei sfruttare al meglio le tre ore di tempo che rimangono anche se vorrei tanto rispondere che se avessi voluto sottopormi a psicoterapia, mi sarei recata in uno studio di uno Psicoterapeuta e non ad un corso di tecniche di Counseling (!).
Andiamo avanti, seppur col dissenso della signora, e concludiamo la giornata in bellezza con un’altra tecnica: quella psicoanalitica! Vengo subito prevedibilmente tirata in ballo e il docente mi propone di fare il ruolo della cliente (ma perché non chiamare le cose con il proprio nome? Di’ pure “paziente”!) e all’altro che si era risparmiato la “sedia bollente” assegna il ruolo del Counselor, evitando accuratamente di parlare di psicoanalisi ma, ascoltando cosa dobbiamo fare, capisco subito che proprio di quello di tratta. Scelgo un tema, l’aggressività, e specifico che si tratta di un problema che mi riguardava anni fa ma che, dopo aver fatto un lavoro su me stessa, oggi riesco tranquillamente a gestirlo e non è più un problema per me ma che posso simulare e calarmi nei panni di una persona arrabbiata, dato che so come si fa. La “seduta” dura mezz’ora. Il Counselor fa molta fatica e non riesce ad essere efficace (anche questo era prevedibile, dovrebbe essere lì per fare Counseling e gli assegnano il ruolo di terapeuta!).
Alla fine, fra i commenti degli osservatori, sento giudizi e critiche sia verso di me che verso il Counselor, così come era stato fatto per la tecnica precedente con tutti gli altri (ma il Counselor non dovrebbe astenersi dal giudizio?) e qualcuno che non aveva capito che si trattava di una simulazione, salta letteralmente dalla sedia quando ne viene a conoscenza, chiedendomi indignato “Stavi simulando? Ma allora su che cosa abbiamo lavorato? Su nulla!”. Ancora una volta rimango basita e mi sento come una trota a spasso con i gechi.
Alla fine, dopo aver ascoltato una severa analisi nei confronti di uno del gruppo, esprimo il mio dissenso, nel tentativo di chiarire al gruppo che nel Counseling non esiste l’analisi psicologica, non esiste giudizio, non esistono diagnosi e non si lavora utilizzando tecniche psicoterapeutiche.
Il docente, a questo punto, mi chiede “Hai alternative? Dobbiamo per forza attingere dalla Psicologia e dalla Psicoterapia… Se hai delle alternative, dicci pure quali sono! Tu non hai studiato Psicoterapia nel tuo percorso di studi?” L’idea migliore per rispondere sarebbe quella di invitarlo a iscriversi ad un corso di Counseling Psicobiologico ma, mentre penso che il Dott. Morina non esagera affatto, mi limito a dire che certamente le basi di psicoterapia le ho studiate, ma per un solo motivo: quello di capire, al primo colloquio, se posso prendere in carico la persona che ho davanti.
Adesso ho finalmente chiaro il perché gli Psicologi ce l’hanno con i Counselor. La giornata si conclude con il mio sbigottimento e con la chiara irritazione di qualcuno del gruppo e mentre me ne torno a casa, penso che in questo gruppo ci sarebbe tanto materiale di supervisione.

C. M.

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