Responsabilità personale e professionale del Counselor Psicobiologico.
Responsabilità personale e professionale del Counselor Psicobiologico.

Responsabilità personale e professionale del Counselor Psicobiologico.

Responsabilità personale e professionale del Counselor Psicobiologico.

Tra le “nuove professioni”, quella del counselor in Psicobiologia del benessere, come più volte è stato sottolineato, si configura come attività  terapeutica nel senso etimologico del termine, cioè di fornitura di un servizio di consulenza informativa, e non direttiva, nella quale il terapeuta non mira al raggiungimento di un risultato esterno, di una modificazione predeterminata della personalità del cliente, ma solo ad aiutarlo a comprendere meglio il significato della sua esistenza, in senso globale.  L’analisi ermeneutica di esso, svolta attraverso la sua comprensione empatica e la restituzione del significato, così come compreso dal terapeuta, in un continuo scambio di interpretazioni tra counselor e cliente, rende tale attività assolutamente originale, peculiare e autonoma rispetto a quella di altre figure professionali, in primo luogo quella dello psicologo.

L’avere a disposizione, nello svolgimento della sua attività professionale, la sua sola esperienza umana e di formazione culturale e professionale, filtrata ed elaborata secondo i principi del Counseling in Psicobiologia della Salute, fa sì che  l’attività del Counselor in Psicobiologia della Salute si caratterizzi per l’altissima e delicatissima responsabilità che quest’ultimo deve assumere nella relazione terapeutica. Non avendo a disposizione strumenti di alcun tipo (test, tecniche, protocolli di indagine o di diagnosi, regole o norme certe di conduzione del rapporto, esami clinici o di laboratorio, farmaci o rimedi “naturali”, ecc.) se non la propria professionalità, il Counselor, nel condurre la relazione di aiuto, deve assumersi interamente la responsabilità dell’intero processo.

A differenza di medici, di psicologi o psicoterapeuti, e ancora di più di terapeuti “non convenzionali”, il Counselor psicobiologico non può mai attribuire il fallimento della sua consulenza a eventi esterni, a errori o inesattezze di strumenti di misurazione, al caso, e tantomeno alla responsabilità del suo cliente. Infatti, la sua attività non mira al conseguimento di un certo risultato terapeutico, perché la sua terapia consiste nel mettere sé stesso a disposizione del cliente, delimitando il campo di azione della sua attività terapeutica alla sola restituzione di ciò che attraverso lo scambio comunicativo col cliente egli considera il significato del problema di quest’ultimo.

Se è vero, quindi, che il cliente si assume in pieno la responsabilità delle proprie azioni volte alla soluzione del problema (pur tenendo conto, se e nella misura in cui egli ritiene utile, dei pareri espressi dal Counselor), spetta al Counselor stesso condurre la relazione in modo da far emergere nel più breve tempo possibile sia il problema vero, sia le sue caratteristiche e le diverse modalità di affrontarlo. Nel fare ciò, come abbiamo sottolineato, il Counselor può contare solo su sé stesso: nessuna teoria scientifica o psicologica può fornirgli altro che dati più o meno condivisi dalla comunità scientifica, e nessuno strumento  diagnostico o terapeutico (tranne la sua stessa persona) può essere eventualmente di appoggio alla sua attività di Consulenza.

Al contrario, specialmente nel campo delle cure mediche, scientifiche o non convenzionali, la terapia viene intesa come mezzo per raggiungere il risultato della guarigione attraverso una vera e propria esenzione di responsabilità, la quale viene quasi interamente riversata sulle tecniche e gli strumenti cui il terapeuta si affida, spesso ciecamente.

Si pensi alle innumerevoli tecniche “non convenzionali” quali agopuntura, riflessologia,  iridologia o altre ricavate dagli ingenui principi della medicina tradizionale cinese o di antiche tradizioni filosofiche o popolari; ma si pensi anche agli innumerevoli strumenti o apparecchiature a disposizione di medici, convenzionali e non. In questi casi il terapeuta non è in grado di condurre un’analisi del problema del cliente se non affidandosi ai suoi strumenti diagnostici (iridoscopi, diagnosi dell’hara o dell’”energia dei meridiani,  semeiotica e relative classificazioni diagnostiche omeopatiche o ayurvediche, protocolli diagnostici kinesiologici o di altre tecniche magiche, ecc). Lo stesso dicasi (se pur in un contesto molto più serio) per l’attività psicologica, che si avvale di indirizzi teorici di riferimento all’interno dei quali gli psicoterapeuti inquadreranno il problema del cliente, o di test e altri strumenti di indagine, praticamente di impostazione medico-psichiatrica.

In tutti questi casi non possiamo non osservare come l’attività del terapeuta si caratterizzi per un parziale o totale scarico di responsabilità, da se stesso a paradigmi o strumenti esterni di riferimento, i quali possano offrire, praticamente, una forma di supporto psicologico alla propria insicurezza. Questo scarico di responsabilità può essere parzialmente giustificato nel caso dell’attività clinica del medico, il quale deve necessariamente fare riferimento a dati oggettivi per intervenire sulla malattia. Tale giustificazione è solo parziale in quanto nella maggior parte dei casi il medico si affida totalmente agli esami clinici e di laboratorio senza indagare più approfonditamente sulla condizione generale del paziente, ma limitandosi ad applicare una cura più o meno standard alla diagnosi effettuata da altri o da apparecchiature esterne.

Quanto all’attività dello psicologo e dello psicoterapeuta, anche qui ci troviamo di fronte a un supporto esterno alla valutazione individuale, il quale è dato dagli indirizzi teorici di riferimento e dalle categorie diagnostiche prefissate cui ogni psicologo deve attenersi. Non stiamo affermando che ci sia nulla di intrinsecamente sbagliato o scorretto in questo modo di intendere il rapporto terapeutico, ma solo far osservare come esso privilegi la capacità di far aderire il profilo psicologico del cliente a quello di categorie prefissate, rispetto alla capacità di cogliere le caratteristiche uniche della personalità del cliente. La conseguenza è che l’attività diagnostica o terapeutica di tipo psicologico si limita a fotografare una certa situazione e incasellarla in schemi il più possibile noti e prevalga su quello della comprensione del problema del cliente.

Più grave è, a nostro parere, il comportamento del medico o terapeuta alternativo, il quale, non facendo riferimento ai principi del pensiero e della metodologia scientifica, si affida letteralmente a schemi  e teorie prive di ogni fondamento logico, oltre che scientifico, con la conseguenza di trasferire sul suo cliente la propria modalità di alleviare l’insicurezza e l’ignoranza, applicandogli cioè etichette diagnostiche o protocolli terapeutici che lo esimano totalmente dalla responsabilità del processo di guarigione. Per esempio, prescrivere l’assunzione di farmaci o rimedi “alternativi”, o la pratica di tecniche altrettanto alternative (cioè prive di fondamento e dimostrazione della loro utilità) permette al terapeuta di escludere la propria responsabilità scaricandola sul rimedio o sulla tecnica stessa, e al suo cliente di attribuire la causa del fallimento della cura a fattori esterni, e mai a se stesso.

Quanto più un terapeuta è privo di un solido bagaglio culturale, di apertura e profondità mentale e di spirito critico, tanto più si troverà costretto, nello svolgimento della sua attività terapeutica, a fare riferimento quasi esclusivo ad apparecchi, strumenti, schemi e protocolli diagnostici o di cura che lo esimano dalla responsabilità di esprimere le sue (limitatissime) capacità terapeutiche.

Al contrario, quanto più il terapeuta conosce se stesso e gli altri sulla base di conoscenze scientifiche e di una sofferta elaborazione delle esperienze di vita, tanto meno avrà bisogno di supporti di qualsiasi tipo, potendo fare affidamento solamente sulle proprie capacità.

Poiché l’attività del Counselor non può e non deve confondersi con quella del medico o dello psicologo-psicoterapeuta, non stupisce come molti Counselor che si pubblicizzano sul Web si presentino, senza neppure rendersene conto, come dei paramedici o parapsicologi, offrendo non la propria competenza professionale basata su conoscenze condivise e scientificamente fondate, ma solo una serie di indirizzi teorici, di tecniche, di rimedi, di sistemi di cura “alternativi”, come se il mettere a disposizione del cliente questi ingenui strumenti pseudo clinici li potesse mettere al riparo dalla constatazione della loro ignoranza.

Nella loro ignoranza di ciò che stanno proponendo, alcuni counselor offrono, come su un banchetto del mercato, la loro mercanzia: riequilibri energetici, analisi iridologiche, identificazione di costituzioni o predisposizioni a disturbi tramite diagnosi astrologiche,  cure con tutti i possibili rimedi privi di utilità (come fiori di Bach, oligoelementi, cristalli e colori), tecniche per l’emersione di conflitti intrapsichici, di ipnosi, di regressione a vite passate, pescando qua e là tra le oltre ottocento diverse tecniche “alternative” da imparare in pochi weekend. Molti “Counselor” si affidano a queste tecniche, una più assurda dell’altra, sperando che siano esse a produrre la guarigione del cliente (come in effetti avviene qualche volta, se si tratta di disturbi lievi, i cui sintomi tendono a regredire da soli e per l’effetto placebo). Essi non spiegano, perché non lo sanno neanche loro, in base a quale misterioso motivo, se non l’ignoranza, i loro clienti dovrebbero curarsi con rimedi la cui efficacia clinica non è documentata, o attraverso tecniche che la medicina moderna ha abbandonato per manifesta inutilità.

Cosa ha da proporre al suo cliente il counselor tradizionale che usa questi supporti, se non l’applicazione superficiale e pedissequa di una serie più o meno numerosa di nozioni, di riflessioni filosofiche, di tecniche di cura di cui non conosce neppure i fondamenti scientifici? Null’altro, in quanto, privo di tali strumenti illusori, egli è in realtà, in questi casi, una persona fondamentalmente ignorante, priva di conoscenze e cultura generale e specifica nel campo della salute, che esercita questa “professione” a tempo perso affidandosi alla speranza (e mai alla conoscenza) che qualche effetto positivo si produca, anche se indipendentemente dalla sua opera.

La figura del Counselor in Psicobiologia, al contrario, non fa affidamento su nient’altro se non la propria competenza, umanità e professionalità, sullo studio, l’approfondimento critico e l’applicazione pratica continua in ambito scientifico, sulla propria esperienza confrontata con quella che i dati e le ricerche scientifiche forniscono a chi abbia voglia e capacità di impegnarsi nella professione. Egli si assume totalmente la responsabilità della conduzione della relazione di aiuto, senza l’alibi e il supporto di altri strumenti o rimedi se non la propria professionalità, acquisita attraverso un percorso di crescita personale impegnativo e faticoso. Questa impostazione, ispirata ai principi del Counseling In Psicobiologia, comporta naturalmente che anche e specialmente il cliente debba assumersi la responsabilità della risoluzione del suo problema o della sua guarigione. Il Counselor non gli promette un aiuto prodotto da qualche azione biochimica o “energetica” fornita dalle cure che gli somministra, perché così facendo si commette l’errore imperdonabile di illudere il cliente circa la possibilità che i suoi problemi possano essere risolti da altri, o, peggio, da altro, cioè da sostanze o misteriose tecniche o energie. Al contrario, il Counselor informa il cliente circa le possibilità che la vita gli offre, secondo il parere del Counselor stesso, ma riconoscendo al cliente la piena responsabilità della decisione e dell’azione rivolta al cambiamento.

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